Il coraggio di vivere. Vittima delle violenze del marito dice basta: "Non mi nascondo più"

Lucca, la donna è dovuta ricorrere a un programma di protezione per sopravvivere. L’uomo (condannato) è agli arresti domiciliari. Adesso è tornata a casa sua, vicino ai figli. E spera nello Stato

Un tribunale

Un tribunale

Lucca, 1 novembre 2023 – “Non voglio più nascondermi, scappare, non voglio più vergognarmi". Chi parla è una donna, di Lucca, vittima di violenza, che dopo mesi trascorsi nascosta in una località segreta, lontano dai suoi affetti più cari, ha detto basta ed è tornata alla sua vita. La sua storia l’abbiamo raccontata a luglio: un matrimonio di vessazioni, minacce e percosse, poi la fuga, la condanna del marito e il cambio vita. In quell’occasione, piena di rabbia, ci accennò della sua volontà di rinunciare al sistema di protezione che il suo caso richiede: "Non è giusto che sia io, vittima, a dover vivere nell’anonimato e a dover rinunciare a tutto - ci disse a luglio - Ho deciso di raccontare la mia storia dopo l’ennesimo femminicidio. Mi sono detta: perché aspettare sempre che avvenga la tragedia prima di agire?".

Suo marito è stato condannato, in primo grado e in abbreviato, a maggio scorso a 2 anni e 4 mesi per maltrattamenti, più 1 anno e 4 mesi per detenzione illegale di armi (la pistola non è stata trovata). È tuttora agli arresti domiciliari, può uscire solo per andare al lavoro. "Mi controllava, gestiva i miei soldi e mi dava la colpa per ogni cosa - racconta la donna - Poi sono iniziate le violenze fisiche. Una volta mi portò di notte in mezzo ai campi per picchiarmi. Ho temuto il peggio. Un’altra mi buttò l’alcol addosso minacciandomi di darmi fuoco, e poi un giorno mi puntò una pistola". Dalle indagini dei carabinieri risultano almeno 5 accessi al pronto soccorso, archiviati, come spesso accade, come “incidenti” domestici. "Per anni non ho avuto la forza di denunciare - continua – mi sentivo in gabbia, non vedevo via d’uscita. Sono scappata nel 2013 la prima volta, poi sono tornata da lui. Ho imparato a evitare le botte, a non fare nulla che potesse infastidirlo. Poi a dicembre non ce l’ho fatta più".

Nella famiglia del marito ci sono stati due femminicidi (nel 2002 e nel 2019) attribuiti al fratello e al nipote nei confronti delle rispettive mogli. "La notte del 31 dicembre l’ho trascorsa in un campo, come altre volte. Poi ho raccolto lo stretto necessario, sono scappata e mi sono rivolta al centro antiviolenza Luna. Da quel momento è iniziata la mia seconda vita". In questi mesi, però, non sempre si è sentita al sicuro, alla luce di quella pericolosità che lei, come il suo avvocato Deborah Pistoresi, sostengono. "Pubblica sui social foto di luoghi solitamente frequentati da me e i miei figli, foto di me con testi di canzoni - racconta - Ha detto che avrebbe fatto di tutto per trovarmi e un giorno è stato per ore fermo in auto, vicino a dove lavoravo".

Il 5 giugno i carabinieri lo hanno intercettato in uno spiazzo nei pressi della sede di lavoro della moglie. Aveva la spesa con sé, ma questo non lo giustificava vista l’ordinanza del gup, motivo per cui sarebbe stato ammonito. Un mese dopo ha chiesto un’attenuazione della misura cautelare: dagli arresti domiciliari all’obbligo di firma alla polizia giudiziaria, ma il gup gliel’ha negata. In questi mesi nella donna è cresciuta la rabbia e la voglia di tornare. Da un mese è di nuovo a casa, vicina ai figli, e ripone fiducia nello Stato.

Che vuol dire anche responsabilizzare un sistema che in vari casi ha dimostrato di non essere all’altezza delle aspettative. Il suo obiettivo è accendere i riflettori sulle contraddizioni e per farlo ha deciso di uscire allo scoperto. "Voglio informare la rete antiviolenza che si è occupata di me, della mia decisione di far rientro nella mia abitazione. Devo fidarmi delle autorità e credere che lo stesso organo che ha giudicato mio marito colpevole, potrà garantirmi sicurezza e tranquillità che ognuno merita". Sono le parole con cui la donna ha informato - via pec - il Quirinale prima, le istituzioni lucchesi poi: prefettura, tribunale, procura, questura, carabinieri, provincia, Comune e ASl. Ora tutti sanno.