Il cardinale Betori (foto Umberto Visintini/New Press Photo)
Il cardinale Betori (foto Umberto Visintini/New Press Photo)

Firenze, 11 giugno 2018 - Di seguito l'omelia pronunciata dal Cardinale Giuseppe Betori pronunciata nella Messa per i 50 anni della Comunità di Sant'Egidio.

Letture di riferimento: (2 Tm 2, 8-15; Sal 24; Mc 12, 28b-34)

Il dialogo tra lo scriba e Gesù ripropone una questione tipica del dibattito religioso nel giudaismo. La ricerca del compimento della volontà di Dio aveva portato a determinare una serie articolata di precetti, perché nulla sfuggisse all'orientamento della fede e al giudizio morale: 613 precetti, di cui 365 negativi, come i giorni dell'anno, 248 positivi, come le ossa del corpo umano, coinvolgendo quindi il tempo e la persona. Ma non meno sentita era l'esigenza di trovare un criterio di unità, un principio che fosse di tutti i precetti il fondamento. Trovare un principio ispiratore della vita è esigenza profonda dell'uomo.
La risposta che fornisce Gesù si iscrive nella migliore tradizione rabbinica, e per questo viene lodata dal suo interlocutore. Unisce la professione di fede dello
shemà (Dt 6,4) con il precetto dell'amore del prossimo che si incontra in Lv 19,18.
Già nell'unione tra i due precetti in un unico comandamento si ha un'indicazione fondamentale: non si può opporre Dio all'uomo o viceversa, ma l'uno implica l'altro. Ad evitare ogni orizzontalismo provvede poi lo scriba, nel solco della predicazione profetica, nel sottolineare che in questa simbiosi si attua il vero culto e quindi tutto è orientato a Dio. Ma a Dio non si giunge senza i fratelli. Gesù ha come passato l'esame, ma Gesù aggiunge qualcosa che è decisivo per la fede: “Non sei lontano dal regno di Dio”. Riportando tutto nell'orizzonte del regno di Dio, ci ricorda che il compimento del comandamento non è l'esito di una prassi virtuosa, ma il frutto di un dono, di una grazie, quale è appuntato il Regno.
L'ulteriore passo che ci è chiesto è riconoscere la presenza del Regno nella persona di Gesù. Lo afferma con forza San Paolo, che dalla sua prigiona richiama Timoteo alla centralità dell'incontro con Cristo, con il mistero della sua Pasqua, con il potere di salvezza che essa introduce nella storia umana.
Unirci alla Pasqua di Cristo, conformarci al mistero di orte e risurrezione, è ciò che rende vera e piena la vita.
Tutto questo illumina il cammino della Comunità di Sant'Egidio, il cui percorso è giunto a cinquanta anni, e per questo siamo qui a ringraziare il Signore. Un cammino ancorato a quella parola “degna di fede” che è la memoria di Gesù conservata nelle Scritture, ascoltate e meditate. Un cammino che si è fatto vicino alle situazioni di povertà ed emarginazione in cui viene riconosciuto il volto del Crocifisso oggi. Un cammino di riconciliazione, in cui l'opera dell'amore si fa strumento di pace nel mondo. Ne ringraziamo il Signore.