ll governatore della Toscana Eugenio Giani si congratula con chi combatte il covid
ll governatore della Toscana Eugenio Giani si congratula con chi combatte il covid

Firenze, 10 gennaio 2021 -  Una cosa la posso senz’altro dire, e cioè che Eugenio Giani non è cambiato. Certo, ha dovuto rinunciare alle sue proverbiali cene, come tutti noi. Ma non ha perso l’ostinato ottimismo, l’amore per le cravatte rosse, e soprattutto il gusto per le inaugurazioni che avevano reso leggendaria l’attitudine all’ubiquità nella sua precedente vita. Nei primi cento giorni da presidente della regione, lo abbiamo visto e fotografato in ogni angolo di Toscana, esattamente come un tempo. E anche le critiche sono rimaste le stesse di un tempo. Non posso fare a meno di parlargliene, nell’intervista fissata per fare il punto su questi tre mesi da governatore di una regione travolta dal Covid. A tratti drammatici a tratti eroici, in pieno stile pandemico.

Lo sa presidente dicono i suoi detrattori? Che Giani continua a tagliare nastri anche adesso, anziché governare…
«Ma quella resta la mia forza, perché ci dovrei rinunciare? Lavoro 24 ore su 24, nessuno può affermare il contrario. Ieri, per esempio, sono uscito dall’ufficio alla una e mezza di notte. La più bella soddisfazione è che le persone che frequentano questo angolo di Firenze, tra via dell’Oriuolo e piazza Duomo, mi dicono: da quando c’è lei, le finestre dell’ultimo piano sono sempre accese».

Dopo 100 giorni è il momento di togliersi qualche sassolino dalle scarpe. In tanti durante la campagna elettorale le hanno remato contro e hanno scommesso sulla sua sconfitta, anche all’interno del suo partito. C’è qualcuno che non ha perdonato?
«Ma no, ho perdonato tutti. Io sono fatto così».

Non porta rancore?
«Oddio, sono un po’ permaloso, se qualcuno mi manca di rispetto sono capace di ricordamene anche a distanza di anni. Ma non appena mi si tende la mano, sono disposto a stringerla subito».

Dopo la vittoria del 21 settembre, lei ribadì: ho vinto prima di tutto grazie a me stesso. Oggi a chi deve il funzionamento dell’amministrazione?
«Alla mia squadra: politici solidi, collaudati, con tanta gavetta alle spalle e con tanta voglia di fare».

In squadra c’è anche Saccardi. I rapporti con l’ex assessore alla Sanità erano molti tesi durante la precedente amministrazione. Ma l’ha nominata vice presidente.
«E ne sono felicissimo, collaboriamo davvero bene. Un anno fa eravamo rivali: lei renziana, io Democratico».

Renzi: l’ha citato lei. Da quanto tempo non vi sentite?
«Non ci sentiamo spesso, ma i rapporti sono buoni, cordiali».

Eppure le ha messo spesso i bastoni tra le ruote. Lo ha fatto anche sulla questione del nono assessore in giunta.
«Ma no, quella è una faccenda su cui io andrò avanti: la legge mi dà ragione, perché non dovrei?»
 

Perché potrebbe risultare impopolare assegnare una poltrona in più in questo momento così drammatico per i cittadini toscani.
«Diciamoci una cosa con molta chiarezza: i costi della pubblica amministrazione non dipendono dai politici, che guadagnano un terzo dei manager. È da molto tempo ormai che i politici non sono più la casta». 

Faccia un pronostico: come finirà il duello Conte-Renzi?
«Con un rafforzamento dell’azione di Governo».

Quindi con un rimpasto?
«Io credo di sì, e in fondo c’è bisogno dell’ingresso di qualche figura più esperta in alcuni dicasteri».
 

Con il suo predecessore Rossi in che rapporti siete rimasti? Tempo fa anche lui non le mostrava troppa simpatia.
«Con Rossi c’è stata freddezza per tanto tempo. Poi, quando decise di sostenermi in campagna elettorale, lo ha fatto per davvero, e con molta forza. Da allora abbiamo costruito un bel rapporto».

Che mi dice del Pd? Le sembra in salute?
«A livello regionale lo trovo solido, lo abbiamo dimostrato anche il 21 settembre. A livello nazionale mi piacerebbe che ci fosse un asse più forte con la Toscana. Per esempio è un peccato che non ci sia un ministro toscano nella squadra di governo. In certe fasi avrei potuto avere un’interlocuzione più franca e diretta».

Siamo alle dolenti note: il rapporto governo-regioni pare sempre più controverso e complicato.
«Le regioni funzionano. Il primo Paese occidentale colpito dalla pandemia è stato l’Italia, ma ha saputo reagire meglio di altri partner europei sul lungo periodo. Se lo ha fatto è proprio grazie alle regioni, e alla loro duttilità di azione sul territorio».

Il governo le dovrebbe ascoltare di più?
«Molto di più».

I governatori in questi mesi si sono riscoperti protagonisti della scena politica: pensiamo a De Luca, a Emiliano, a Zaia. Lei tiene un profilo più basso. Crede che la penalizzi?
«Era l’accusa che mi facevano in campagna elettorale. Mi rimproveravano di non avere l’attitudine dell’attore, del grande comunicatore. Eppure: è un attore De Luca, è un attore a suo modo Emiliano. Io no. Io sono un buon amministratore. Ma dopo cento giorni le mie scelte si sono rivelate giuste. Le loro, a quanto pare, meno».

Proprio poche settimane fa lei ha vissuto le ore forse più complicate dall’inizio del mandato.
«La questione della Toscana zona rossa».

Quella. Lei diceva arancione e il ministero rosso. Lei diceva giallo e il ministero le rispondeva arancione. Di chi è stata la colpa di quel pasticcio?
«È mancata, a Roma, la capacità di prendere decisioni politiche flessibili: il ministero è rimasto troppo rigido su regole che non tenevano conto del miglioramento dei dati. Sono certo che se ci avessero concesso la zona gialla anche prima di Natale la situazione sanitaria non sarebbe peggiorata, e al tempo stesso avremmo dato respiro alle categorie economiche».

È stato un momento molto difficile.
«Ma io ne esco vincitore: domani saremo in zona gialla, e questo dimostra che la Toscana ha posto rimedio alle criticità che ci avevano penalizzato all’inizio».

E quali erano?
«Il tracciamento: una delle mie prime ordinanze fu assumere 500 giovani a tempo determinato. Poi le Usca: oggi abbiamo 120 unità che riescono a limitare gli ingressi in ospedale, favorendo le cure domiciliari per i pazienti Covid. Infine la capacità di organizzare bene la rete ospedaliera, anche grazie ai nuovi letti all’ex Creaf di Prato e a Lucca».

Non teme che tornando in zona gialla i contagi possano tornare a salire?
«Non dico che saremo per sempre fuori pericolo, e torno a fare appello al senso di responsabilità di tutti, specie dopo gli assembramenti di venerdì sera a Lucca e a Livorno che rischiano di vanificare gli sforzi di tanti. Al tempo stesso voglio ricordare che le misure messe in campo dalla Toscana si sono rivelate giuste, al punto che domani riapriremo le scuole superiori, un successo di cui vado davvero orgoglioso».

Qual è la sua paura più grande, oggi?
«Chiaramente la questione sanitaria è al primo posto, ma non dimentico che le condizioni economiche sono tali per cui potremo davvero ritrovarci in difficoltà, nell’intero Paese».

E a questo proposito la regione ha in ponte di investire più soldi, per fronteggiare l’emergenza?
«Abbiamo erogato 115 milioni di euro di fondi per le imprese, e messo in cantiere 2.500 euro per 20mila esercenti. Siamo stati forse una delle regioni che più ha dato in termini di contributi concreti. E poi non c’è stato solo il Covid. Di questi primi cento giorni mi porto dietro la gioia per due grandi battaglie vinte: quando la Laika ha deciso di assumere 60 lavoratori della Bekaert di Figline, e quando insieme al sindaco di Livorno Luca Salvetti abbiamo convinto Eni a passare dalla raffineria alla bioraffineria, tutelando 400 lavoratori, mille se si considera l’indotto. Infine il Monte dei Paschi: abbiamo ridato una centralità a Siena in una partita che stava tagliando fuori del tutto la Toscana».

E in futuro?
«Dovremo essere molto concreti, procedere per priorità».
Mi dica la prima.
«È la sanità: dobbiamo avere più risorse. Questo non vale solo per la pandemia. Il Covid ci ha ricordato che la salute è la priorità, e dovrà esserla anche quando l’emergenza sarà finita, creando un modello che riporti al centro la medicina del territorio: le 120 Usca non saranno sciolte, e nuovo impulso verrà dato per esempio alle case della salute».
 



Poi?
«Poi c’è la questione infrastrutture».

Da dove comincerete?
«Dalla Fi-Pi-Li. Entro l’anno nascerà la società Toscana Strade Spa, che potrà gestirla come fosse un’autostrada, realizzando la terza corsia nei tratti in cui sarà possibile. Altro obiettivo: costruiremo una rete tramviaria che non sia più solo firenzecentrica».
 

In che modo?
«Useremo i soldi del Recovery Fund per la nuova linea che collegherà Peretola al Pecci di Prato, e al polo ferroviario multidirezionale di Campi Bisenzio».

A proposito, il Recovery non coprirà i finanziamenti necessari per molte infrastrutture nevralgiche nella nostra regione. Dalla Tirrenica, alla stazione dell’alta velocità fiorentina, alla Darsena Toscana, alla Due Mari. Non è un’occasione sprecata?
«Si è trattato di scelte nazionali».

Lei le condivide?
«No, non le condivido. E credo che anche in questo caso l’approccio del governo, che ha centralizzato ogni decisione, si rivelerà un boomerang».

C’è un’altra questione che rischia di sfuggirle di mano, mi riferisco all’eterna disputa sugli aeroporti. A Pisa siamo alla guerra fredda tra Comune e società Toscana Aeroporti.
«Mah, è una tempesta in un bicchiere d’acqua. Almeno per un anno o due di aeroporto non si parlerà neppure, vista la pandemia in corso. Gli investimenti per la nuova aerostazione di Pisa e per la nuova pista di Firenze sono strettamente collegati a Toscana Aeroporti, ed è evidente che la questione è tutto fuorché all’ordine del giorno. Non ha senso litigare oggi».

La novità degli ultimi giorni è che in Toscana sono state individuate ben due aree idonee per stoccare le scorie nucleari.
«Ma non credo che si arrivi mai a sceglierle per davvero. E comunque se questo dovesse accadere lo impedirò in ogni modo, sia a Campagnatico che a Trequanda. Anzi, dico questo: che se qualcuno prova a mettere le mani sulla Toscana, noi ci comporteremo proprio come le api della Beata Bonizzella di Trequanda. Conosce la storia?».

No.
«È bellissima. Allora: a Trequanda si venera la Beata Bonizzella, vissuta a metà del ‘200. Il suo corpo venne ritrovato il 6 maggio del 1500 grazie a un gran numero di api che entravano e uscivano da una fessura sul muro della chiesa del paese. Tolte le pietre, i fedeli trovarono i resti perfettamente conservati della Beata, protetti dall’alveare». 

Se non avesse fatto il politico sarebbe diventato uno storico?
«Avrei fatto l’avvocato. Ma so che arriverà anche il momento del Giani-storico, e sarà quando lascerò la politica».

C’è un insegnamento della storia che le è tornato in mente in questi mesi difficili?
«L’ottimismo. Perché la Toscana nei momenti più bui ha sempre saputo reagire, e poi risollevarsi, e poi rinascere. Dopo la peste del ‘300, ricordiamolo sempre, ci fu il Rinascimento. Ci sarà anche questa volta: un grande rimbalzo in avanti dalle ceneri del virus».

Riesce a crederci anche quando chiude il suo ufficio, alla una e mezza di notte, in una Firenze chiusa per il coprifuoco?
«Sì certo, soprattutto allora, soprattutto in quel silenzio».

Quando l’hanno eletta ha pensato: è il momento più bello della mia vita?
«Ho pensato: adesso devo lasciare qualcosa di me alla mia regione, ai cittadini».

E che cosa lascerà?
«L’impegno di tutta una vita».
 

Crede di essere amato, ancora oggi?
«Non so se sono amato, so che è bello incontrare le persone, e guardarle negli occhi, e confrontarmi con loro».

Anche quando la mandano a quel paese?
«Anche».