Il buio dei giovani, mille minorenni in cura psichiatrica: «Boom dopo il Covid»

Tra i problemi più frequenti i disturbi alimentari e la depressione Il direttore Luccherino: «Confrontando i dati delle consulenze richieste dalla pediatria c’è un aumento di casi del 30% dalla pandemia in poi»

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Arezzo, 22 febbraio 2022 – Ansia, disturbi alimentari e dell’umore, depressione e disturbi ossessivo compulsivi, comportamenti della condotta che sfociano anche nei reati. Tentativi di suicidio e self-cutting. E’ lunghissima la lista del disagio

adolescenziale e passa anche da un altro fenomeno diffuso

fra i giovani adulti: quello classificato dallo psichiatra giapponese Saito con il nome di Hikikomori. Sono giovani che non escono di casa, si chiudono in camera tagliando fuori dalla propria vita ogni relazione col mondo esterno. 

Dottor Luciano Luccherino, Direttore Uoc Neuropsichiatria infantile di Arezzo, quanti giovani che tagliano i ponti con l’esterno e vivono chiusi in camera si contano ad Arezzo? «Ad Arezzo ne abbiamo individuati circa una ventina» Quanti sono i giovani in cura alla salute mentale infantile? «Tra tra 900 e mille utenti ogni anno, un numero stabile perché

alcuni sono dimessi ma passano poi in cura agli adulti». Aumentano invece le consulenze neuropsichiatriche in urgenza, in che termini? «Confrontando i dati delle consulenze che la pediatria ci chiede in ospedale tra i numeri pre pandemia e adesso, siamo passati da 30 consulenze nel 2019 alle 40 del 2023. Ma abbiamo osservato anche l’aumento della gravità degli interventi». Quante le consulenze neuropsichiatriche chieste in ospedale dalla pediatria che necessitano di un ricovero prolungato sopra la settimana? «Siamo passati dalle 5 del 2019 alle 16 del 2023, un grande

incremento. Sono aumentate tantissimo le consulenze con

ricovero per i tentativi di suicidio: 1 nel 2019, 7 nel

2022, 5 nel 2023. In crescita anche i numeri dei disturbi

alimentari, in questo caso le consulenze chieste dalla

pediatria erano 3 nel 2019, 5 nel 2022 e sono state 8 l’anno

scorso». A salire sono anche le richieste di visite neuropsichiatriche urgenti dirette? «Anche qui abbiamo visto un incremento spaventoso. Senza passare dalla pediatria nel 1019 si erano rivolti a noi in 22, le domande sono salite a 50 nel 2022 e a 52 nel 2023, le urgenze sono più che raddoppiate rispetto al pre pandemia». Perché? «Il Covid è stato l’innesco, ciò che era un semplice disagio è

diventato una patologia vera e propria, la pandemia ha fatto

emergere o anticipato l’emersione di alcuni quadri

patologici che fino allora erano controllabili. I ragazzi si

sono abituati a non uscire, a stare in casa con i social,

una serie di piccoli eventi traumatici che sommandosi creano

il problema. Diminuiscono le capacità di resilienza dei

giovani Oggi rileviamo i disagi dell’onda lunga del Covid

esplosa dal 2022 in poi. Un trend in crescita anche nei

primi mesi di questo 2024 con un sacco di urgenze gravi,

molti anche quest’anno i disturbi alimentari e poi

importanti quadri e scompensi psicotici, tentativi di

suicidio». L’età più critica? «Dai 12 ai 18 anni. Stiamo sempre più anticipando i disturbi

alimentari li abbiamo visti anche in bambini di 10 anni». Cosa si può fare per aiutare i più giovani? «La scuola sta diventando sempre più performante, prestazionale

e meno pedagogica, i ragazzini sono sottoposti a pressioni

molto alte e non tutti le reggono. Quattro, cinque verifiche

a settimana, la scuola dovrebbe tornare attraente invece ha

perso l’interesse culturale. Gli insegnanti ci provano ma

non basta. I ragazzini hanno scarse possibilità di pensare a

trovare lavoro, tendono a rimanere in casa di più, hanno

perso l’alfabetizzazione emotiva, hanno difficoltà a

raccontare le emozioni e riconoscerle negli altri, vivono

una sessualità balbettante. La scuola dovrebbe dedicare

parte del tempo a fare educazione affettiva, alla sessualità

e alle relazioni. I ragazzini non sanno come relazionarsi

con l’altro sesso, c’è poi tutta la cultura del gender,

siamo sulla base dell’incompetenza emotiva. Viviamo in una

società basata sul fare che non si ferma a sentire le cose».