Eliana Paci e Donatella Gioffredi, edicolanti
Eliana Paci e Donatella Gioffredi, edicolanti

Grande mobilitazione e interesse. I nostri lettori e le amministrazioni comunali stanno seguendo con attenzione la nostra battaglia per sollevare il problema delle edicole chiuse e degli aiuti necessari a quelle che riescono a rimanere aperte. Tante le segnalazioni che stanno arrivando dalla Toscana, dall’Umbria e dallo Spezzino. Tutti convinti che le edicole siano un presidio fondamentale nel territorio, veri e propri «presidi di vita». In tanti ci scrivono per indicare le zone dove non ci sono più edicole o dove stanno per chiudere. I lettori possono inviare messaggi al numero whatsapp de La Nazione (331.6121321). Vi aspettiamo

Firenze, 5 settembre 2019 -  Si passava la domenica mattina a prendere il giornale dopo la messa. Ed era il capofamiglia, allora c’era, che lo portava a casa. I comunisti invece facevano il «door to door», la vendita all’americana, venivano a bussare alla porta per vendere l’Unità. Il sistema non è mai piaciuto perché disturbava ed era visto come un modo per ficcare il naso in casa degli altri. Invece il giornalaio era lì, in mezzo alla strada, al sole, al vento, al caldo e al freddo, discreto, non invadente, sì è vero, c’era quello democristiano e quello di sinistra ma di politica all’edicola non si parlava. Non come al bar dei rossi o dei bianchi, e se andavi a prendere il caffè da una parte o dall’altra era come tu avessi fatto outing, tutti capivano come votavi. L’edicola era un terreno neutro da quel punto di vista, in mezzo alla gente, il posto dove si poteva trovare tutto, quotidiani, riviste di moda, fotoromanzi, giornali per i ragazzi. Il Vittorioso per i bacchettoni e il Corrierino per tutti gli altri.

L’edicola  era una roba italiana, disordinata ma piena e viva, era la radio e la televisione della strada della piazza, del viale, era un google da marciapiede. Ed era sempre lì, una certezza, il giornalaio era come le albe e i tramonti, c’era sempre. Era sempre aperto, tutta la settimana e tutte le domeniche. Una certezza. Era quello che collegava la gente al mondo. Quando ci fu la crisi di Cuba ai tempi di Krusciov e Kennedy, le edicole diventarono la diretta della crisi, quella che avrebbe potuto annunciare lo scoppio della guerra atomica o lo scampato pericolo. La Nazione aveva deciso di usare le gabbie delle civette, si chiamavano così, i sommari, per aggiornare la situazione, e i ragazzini facevano le staffette e la spola dal giornalaio alle strade per gridare l’ultima notizia. “Le navi russe in navigazione! Ultimatum dell’America! I russi tornano indietro!”.

E giù abbracci davanti al giornalaio perché la pace era salva. Poi le edicole erano il luogo di ritrovo dei ragazzi per lo scambio delle figurine, all’uscita dalle scuole. E vendevano figurine dei calciatori, quelle dell’Unità d’Italia o sulla conquista dello spazio. Era bellissima la raccolta dei satelliti russi e americani, fino ad arrivare ai Pokemon e ai personaggi più nuovi. E non è vero che l’Italia l’ha fatta Garibaldi, l’hanno fatta i giornalai. SONO loro che hanno aperto la mente degli italiani che fino allora erano cresciuti poco e male, e sono stati i giornalai che hanno consentito l’emancipazione grazie alle enciclopedie vendute a fascicoli, enciclopedie di ogni tipo, che insegnavano alle donne come avere una vita più libera, che cosa doveva esserci in un corredo, allora ci si sposava, come disporsi a tavola con gli ospiti, insomma tante cose utili per migliorare la nostra vita. E a forza di raccogliere fascicoli dal giornalaio le famiglie che non avevano mai letto un libro, riuscirono ad esibire la loro enciclopedia. Se un’Italia di italiani con la terza elementare diventò di diplomati e laureati il merito fu anche delle edicole, dove si compravano i fascicoli per quell’enciclopedia che aveva come nome un programma politico stupendo: “Conoscere”. Così le famiglie potettero mostrare con orgoglio quei bei volumi allineati nel salotto buono come fossero diventate tutte case di professori. Un grande merito. Grazie edicole!