
La direttrice della farmacia dell’ospedale di Thies (Senegal) Anta Sarr con Maria José Caldés Pinilla
Da 20 anni la Toscana porta
nel mondo il suo sostegno sanitario. Domani nella sede regionale di piazza Duomo la conferenza "Dalla salute globale alla crescita locale: dieci anni di cooperazione sanitaria della Regione Toscana" sarà un momento di riflessione e sintesi sull’ultimo decennio di attività del suo Centro di Salute Globale, che ha sede all’Aou Meyer. Una mattina che vuol essere spazio di dialogo e confronto, ma anche un rilancio dell’impegno internazionale con la testimonianza della dottoressa Maria José Caldés Pinilla, direttrice del Centro.
Direttrice, quali sono stati i momenti chiave della vostra attività?
"Il 2007 quando è stata costituita la Rete di cooperazione sanitaria Toscana. Alla fine del 2012 è nato il Centro di salute globale, ente regionale con struttura operativa al Meyer. Nel 2021 abbiamo firmato con l’Agenzia italiana per la cooperazione del Ministero un accordo di collaborazione entrando in un meccanismo sovraregionale e anche sovranazionale".
Quali i traguardi principali raggiunti?
"L’evoluzione verso la salute globale e il grande coinvolgimento dei nostri operatori sanitari per i quali la legge regionale prevede possano dedicare un mese l’anno di lavoro in un ospedale in zone bisognose mantenendo lo stipendio. Un grande riconoscimento".
I momenti più difficili?
"La pandemia ci ha tenuti in sospeso per due anni, in un problema di salute che ha davvero coinvolto tutto il mondo. C’è inoltre una difficoltà di risorse: anche se la Regione continua a finanziarci, i contributi non possono che essere minori di altri periodi storici".
Come sintetizza il vostro lavoro?
"Facciamo piccole progettualità in diverse aree del mondo con nostro personale sanitario che interviene in terre anche di conflitto".
Quanto ‘costate’ ai cittadini? "Poco: circa 19 centesimi a toscano. Soldi con cui facciamo attività formative, abbiamo costruito delle maternità, lavorato su progetti di emergenza, creato relazioni tra professionisti e specializzandi: chi fa un’esperienza del genere, torna diverso, migliora la propria professionalità e visione della cura. Coi nostri progetti non cambiamo il mondo, sarebbe utopico. Ma se riusciamo a far partorire una donna con personale sanitario in sicurezza, abbiamo cambiato la vita a lei, ai suoi figli, alla sua comunità".
C’è un ricordo in cui può riassumere questi anni di cooperazione?
"Sarebbero tanti. Mi viene in mente il volto di un bambino di un anno e mezzo ipovedente in Senegal. Grazie a un giovane soldato, avevamo trovato il modo di mandarlo in un ospedale a 4 ore dal villaggio superando le barriere militari. Solo dopo il mio rientro in Italia ho saputo che non era stato operato di cataratta: la famiglia non aveva i soldi sufficienti. Se fosse nato qui da noi, avrebbe avuto accesso alle cure".