Caporetto
Caporetto

Firenze, 24 ottobre 2021 - Col collasso di interi corpi d’armata e il ripiegamento dell’intero esercito fino al Piave, è passata alla storia come la più grave disfatta. Il 24 ottobre 1917 l’Italia ha sofferto la più catastrofica sconfitta non solo della prima guerra mondiale, ma di tutta la sua storia: quella di Caporetto, così eclatante da essere diventata simbolo senza tempo di rovinoso tracollo. E sinonimo di catastrofica capitolazione, persino nel linguaggio comune.

La battaglia di Caporetto, o dodicesima battaglia dell’Isonzo nota come “rotta”, fu uno scontro combattuto sul fronte italiano tra le forze congiunte degli eserciti austro-ungarico e tedesco, contro il Regio Esercito italiano. Il nostro era un Paese povero, che durante il primo conflitto mondiale si ritrovò impreparato in trincea a difendere il territorio. Un esercito fatto perlopiù di contadini, operai e artigiani, che spesso non riuscivano neppure a comunicare tra loro, tanto diversi risultavano i dialetti che parlavano. Vennero mandati al massacro contro le mitragliatrici del nemico, in difesa di una nazione di cui conoscevano poco, a parte i confini del proprio paese e della propria regione, spesso mai varcati prima di allora. Si ritrovarono fianco a fianco, imbracciando armi che avrebbero ucciso uomini sconosciuti ma nemici, da cui, altrimenti, sarebbero stati uccisi a loro volta. Quando le forze austro-ungariche sfondarono il fronte sull’Isonzo, le truppe italiane, impreparate a una guerra difensiva e duramente provate dalle precedenti 11 battaglie dell’Isonzo, non ressero l’urto. Una ritirata, fino al fiume Piave, che costò un immane sacrificio di vite umane. Il quasi settantenne generale Luigi Cadorna era riuscito a prendere Gorizia l’anno precedente, ma i combattimenti sul Carso erano proseguiti con molte perdite a fronte di avanzamenti di pochi chilometri. Gli eserciti imperiali si decisero a reagire alle porte dell’inverno, complice il contemporaneo alleggerimento del fronte orientale, dovuto all’atteso crollo della Russia zarista, che dì lì a pochi giorni sarebbe stata investita dalla rivoluzione bolscevica.

La reazione austro-tedesca prese forma a Caporetto alle due di notte del 24 ottobre 1917: esattamente a quest’ora cominciò il durissimo bombardamento sulla linea Plezzo-Tolmino. Le artiglierie austro-germaniche iniziarono a colpire le posizioni italiane dal monte Rombon all’alta Bainsizza alternando lanci di gas a granate convenzionali, colpendo in particolare tra Plezzo e l’Isonzo con un gas sconosciuto che di fatto decimò i soldati dell’87º Reggimento lì dislocati. L’attacco era stato ampiamente previsto dal comando maggiore italiano, ma i vertici militari ne avevano sottovalutato portata e obiettivi, senza contare le gravi lacune di comunicazione fra le divisioni. Le resistenze si rivelarono subito vane. In poco tempo il ripiegamento si fece ritirata e la ritirata divenne disfatta. La breccia si aprì dopo due giornate di sanguinoso combattimento e le truppe austroungariche e tedesche riuscirono ad affondare la baionetta fino al Piave. L’esercito italiano non ricorderà rotte peggiori di quella in tutta la sua storia. Una battaglia così feroce che si sarebbe conclusa poco più di un mese dopo con la constatazione del traumatico sgretolamento del fronte italiano, arretrato nel frattempo, sull’onda dell’avanzata nemica, di quasi duecento chilometri a ovest. Al termine di quella carneficina si contavano oltre diecimila morti, trentamila feriti e quasi trecentomila soldati fatti prigionieri. I militari sbandati erano quattrocentomila: laceri, senza ordini, scompostamente diretti verso il Veneto, assieme a ben seicentomila profughi civili, che portavano con sé il poco che potevano, venendo ospitati in campi di baracche, alberghi, strutture religiose e appartamenti sfitti dietro la nuova linea del fronte. Questa venne attestata sul Piave il 9 novembre, come stabilito da Luigi Cadorna poco prima della nomina del generale Armando Diaz, chiamato a sostituirlo. La sconfitta portò a immediate conseguenze politiche, e anche militari come la destituzione di Cadorna. Il quale cercò di nascondere i suoi gravi errori tattici addossando le responsabilità di quella cocente sconfitta all’impreparazione degli alti gradi militari, che a loro volta imputarono il tracollo al disfattismo serpeggiante nel Regno e fra i soldati. Comunque sia, dopo l’avvicendamento col generale Diaz, la situazione mutò notevolmente, e questa volta le truppe italiane riuscirono a difendere la nuova linea difensiva opponendo una tenace resistenza.

Per ironia della sorte, il ribaltamento avvenne a un anno esatto dalla disfatta, dopo una lunga fase di resistenza sulla linea del Piave che era riuscita a fiaccare i militari austro-tedeschi. Alla fine dell’ottobre 1918 gli imperi centrali erano stremati e i fronti interni ormai venuti meno, mentre gli Stati Uniti si presentavano come nuova indiscussa potenza mondiale. Proprio il 24 ottobre cominciò l’avanzata italiana, che ebbe nel Vittorio Veneto il luogo assurto a emblema della riscossa dopo Caporetto. Le unità italiane si riorganizzarono dunque abbastanza velocemente, riuscendo a fermare le truppe austro-ungariche e tedesche nella successiva prima battaglia del Piave. La resistenza consentì la riscossa fino alla resa degli austriaci. L’armistizio di Villa Giusti entrò in vigore il 4 novembre, segnando per l’Italia il compimento dell’unità territoriale, tanto che questa data venne celebrata come festa nazionale fino al 1976. Il giorno precedente reparti italiani erano sbarcati a Trieste e avevano occupato Trento. Il sogno risorgimentale era compiuto, ma l’entusiasmo era destinato a durare poco, tanti e tali erano stati i sacrifici imposti al Paese. Iniziava un lungo dopoguerra, terreno fertile per il Fascismo, il delirio totalitario e i violenti processi di snazionalizzazione che gli sloveni dovettero subire dopo l’annessione al Regno. Nonne fu esente Caporetto, passata all’Italia nel 1920.  Gli imperi nel frattempo si erano dissolti e la mappa geopolitica dell’Europa risultava rivoluzionata. L’orrore di una nuova guerra mondiale si sarebbe riaffacciato dopo soli vent’anni, ponendo stavolta sullo stesso fronte Italia, Germania e Austria. Un mondo era finito, e la nuova era si presentava assai cupa.

Nasce oggi

Bob Kane nato il 24 ottobre 1915 a New York. Il fumettista statunitense è divenuto celebre come co-creatore, insieme a Bill Finger, di Batman. Nel 1939 Kane, ispirato dal grande successo ottenuto appunto da Superman, presentò al supervisore capo il bozzetto di un nuovo supereroe, questa volta ‘umano’: l’Uomo pipistrello, che diversamente da tutti gli altri supereroi, non è dotato di alcun potere innato o sovrannaturale. Una creatura della notte, acrobatica, ardita, nobile e ricca che, traumatizzata dalla fine violenta dei genitori per mano di banditi senza scrupoli, si dedica alla lotta contro il crimine. Era nato Batman, per la cui creazione Kane si ispirò per certi elementi a Zorro. E per quanto riguarda i disegni di uomini volanti simili appunto a pipistrelli, e per le diavolerie tecnologiche usate dal suo eroe, addirittura a Leonardo da Vinci.