Matisse e la gioia di vivere. L’esposizione a Villa Medici. La "serena coscienza olimpica" di un pittore leggendario

Il critico d’arte il 4 febbario 1979 scrive su "La Nazione" il resoconto di una mostra a Roma. L’artista rivendica spesso il suo lavorare senza una teoria e idee preconcette. Voglia di libertà.

Matisse e la gioia di vivere. L’esposizione a Villa Medici. La "serena coscienza olimpica" di un pittore leggendario
Matisse e la gioia di vivere. L’esposizione a Villa Medici. La "serena coscienza olimpica" di un pittore leggendario

Non mi è facile capire le reazioni di un pubblico folto, indubbiamente in attesa e apparentemente appagato; quel che sento sparso in dialoghi di gruppo insiste sull’audacia e la sfida del fauve, o sulla persuasione antiastratta della figura e della natura, o sulla sigla venusta calme, luxe et volupté... tutto in regola.

Qualche urto però ci sarà stato. Per il rifiuto palese di ogni contenutismo, letterario o ideologico, di ogni obbedienza a significati propulsivi. Questo in Matisse è chiaro senza residui. L’iconologia, la psicologia, la sociologia non hanno presa su una tematica refrattaria ad ogni alienazione, tra imperiosamente e ironicamente sovrana nella sua identità inviolabile. Al tempo della grande mo-stra centenaria del 1970 al Grand Palais di Parigi, indimenticabile, non fui d’accordo con coloro che rispetto all’artista coerente svalutavano come contraddittorio e

discontinuo il Matisse " teorico" delle conversazioni e degli scritti, che riuniti nel 1972 da Dominique Fourcade sono invece tra i più limpidi e vitali apporti all’esperienza moderna dell’arte, anche perchè è vero quel che l’artista disse di sè nel 1951: "dal quadro Joie de vivre avevo trentacinque anni a questi ritagli di carte colorate ne ho ottantadue e sono rimasto lo stesso", pur se il caso

possa apparire eccezionale nel secolo del proteiforme Picasso e di tanti dispersi ulissidi.

Chi vuol darsi alla pittura, cominci col farsi tagliare "la lingua": drastica ripulsa di ogni servizio discorsivo, semantico, rappresentativo, imitativo dell’arte. "Sia ben chiaro: non creo una donna, faccio un quadro... quando metto un verde, non vuol dire erba, quando metto un azzurro, non vuol dire cielo... non mi è possibile copiare servilmente la natura, che sono forzato ad interpretare e a sottoporre allo spirito del quadro". Sono testi tra il 1908 e il 1941, non mutano di valenza: l’espressione artistica è un processo assolutamente non eterogeneo. "Una linea non traduce nulla, il colore è mezzo di espressione della mia emozione, non una trascrizione della natura... la pittura è un linguaggio, non è altro che questo", così scopre guardando Goya.

In questo quadro mentale, che è pienamente unitario col suo esercizio pittorico (qualche oscillazione, incertezza, accessione a formule storiche o d’attualità sono comprensibili, e non rompono il consenso così raramente omogeneo) si situa con coerenza la distin zione decisa tra arte e società, arte e politica: "Gli eventi politici sono temporanei, passano. L’arte vive una vita eterna. Non credo all’arte di propaganda, non è necessario per l’artista associarsi alla lotta delle classi o cercare d’interpretarla", così nel 1933. (...)

Matisse più volte rivendica il suo "lavorare senza teoria", ma non inganni l’apparente credito verbale a una trazione inconscia o irrazionale, mentre vuole rifiutare ogni pregiudiziale od ogni preconcetto. Egli afferma invece: "vado, spinto da un’idea che conosco veramente via via che si sviluppa nel processo del quadro", avendo "coscienza delle forze che impiego".

(...)

E’ come sempre l’innovazione della poesia che produce la rivoluzione della poetica. L’organismo pittorico non è dunque condizionato all’ottica od a qualsiasi altra esteriorità psicofisica, è ordinato all’interiore onda del sentimento com mosso. Matisse può essere vi sto come un fauve, per questo sollevarsi a volare (come qualche volta disse) in un mondo visionario e incondizionato, di scoperta e d’inizio, non di condivisione, di relazione, o tanto meno di soggezione. Avendo chiara coscienza della tradizione dell’arte, ormai non più europea ma terrestre, Matisse affermava la sua innovazione non con un’asserzione com battente, ma con una serena coscienza olimpica.