Rinaldo Nocentini
Rinaldo Nocentini

Arezzo 24 ottobre 2019 -  Dopo ben 22 stagioni da professionista, Rinaldo Nocentini chiude la sua lunghissima carriera. Una eccellenza dello sport aretino, non solo del ciclismo, a livello tecnico – il top gli 8 giorni in maglia gialla al Tour de France nel 2009 – ma anche umano. Rinaldo, 42 anni compiuti lo scorso 25 settembre, cresciuto a Montemarciano, da diversi anni vive con la moglie Manola sulle dolci colline di Alberoro.
«Non è mai facile prendere una decisione così importante, ma questo momento doveva arrivare. La mia carriera finisce qui, però in bicicletta andrò sempre». 
Nocentini si racconta: «Provengo da una famiglia numerosissima, dieci tra fratelli e sorelle, mio padre Lorenzo che oggi ha 90 anni, era muratore e contadino, mia madre Roberta purtroppo scomparsa nel 2008 faceva la casalinga. In famiglia ho appreso i valori veri della vita, l’onestà, la sincerità, che sono gli aspetti che più apprezzo in una persona. La falsità invece è il difetto che detesto di più».
La passione per il ciclismo?
«Correva mio fratello Roberto che da juniores a Mugliano vinse davanti a Cipollini e io piccolino ero lì a vedere, ma essendo parente della dinastia Mealli come non appassionarsi?».
Quando hai cominciato?
«A sei anni, con i giovanissimi della Mage di Fiorenzo Zani, il Binda che ricordo sempre volentieri. Arrivai terzo a San Leo, seconda una bambina».
Poi tante vittorie gli anni successivi...
«Soprattutto da juniores cominciai a capire che il ciclismo oltre a essere una passione poteva diventare il mio lavoro. Vinsi 16 gare, compreso il titolo toscano e arrivai terzo al mondiale, quindi da under 23 fui gestito bene da Massini alla Grassi-Mapei, non tantissime gare ma buone, sfiorai il titolo iridato e vinsi il campionato regionale».
Poi il passaggio al professionismo con la Mapei nel 1999...
«Nella più forte squadra del mondo, il cui presidente era uno straordinario imprenditore e un’ottima persona, Giorgio Squinzi, purtroppo scomparso di recente. Debuttai col botto al Giro di Malesia con due successi di tappa».
La gioia più bella della carriera?
«Gli 8 giorni, in maglia gialla, più uno di riposo al Tour de France 2009, la più grande corsa al mondo. Ho guadagnato in popolarità, a livello economico, ma soprattutto un’enorme soddisfazione. Quel 10 luglio 2009 mi rimarrà impresso sempre nella mente e nel cuore. Entrai in una fuga da lontano, l’arrivo era in salita ad Andorra, sacrificai la possibilità di vincere la tappa per conquistare la maglia gialla. Per diversi giorni dietro a me in classifica c’erano Contador e Armstrong».
Il rammarico?
«Il secondo al mondiale under 23 del 1999. Potevo vincere».
Il corridore più forte incontrato?
«Ne cito tre. Contador e Nibali per le corse a tappe, ma Valverde il più completo di tutti».
Il problema doping è diminuito rispetto a una ventina di anni fa?
«Sì, ora ci sono più controlli e più responsabilità».
Il futuro?
«Aprirò a Pieve al Toppo un centro di fisioterapia per ciclisti ma non solo e collaborerò con un amico che ha una bella struttura a Pisa».
Altri sport seguiti?
«Un pò tutti, a iniziare da calcio e tennis».
Rifaresti il corridore?
«Tutta la vita».