Operaio in un cantiere
Operaio in un cantiere

Arezzo, 30 marzo 2020 - E’ ancora un esercito del lavoro quello che stamani torna in fabbrica e negli uffici dopo la pausa del fine settimana. Che poi pausa non è stata per tutti, perchè gli ospedali assediati dal virus, i medici, gli infermieri, le forze dell’ordine, gli addetti ai servizi essenziali non si sono fermati neppure di domenica.

Quanti sono nonostante tutto, ossia nonostante il blocco progressivo che nel corso della scorsa settimana ha rallentato, fino a ridurli al minimo, il motore della produzione? I calcoli sono necessariamente impressionistici, tuttavia una rapida somma basata sulle tabelle della Camera di commercio porta il totale intorno ai 60 mila, quelli che non si fermano, quelli che sono comunque necessari a evitare che il motore di cui sopra si spenga del tutto, quelli che vorrebbero fermarsi ma sono costretti ad andare avanti dalla politica industriale delle loro aziende. In quest’ultima categoria rientrano indubbiamente la gran parte degli occupati nelle fabbriche e nelle altre imprese che hanno scelto di tenere comunque aperti i battenti.

Le comunicazioni giunte in prefettura sono all’incirca 1500. Dentro ci sono coloro sulla cui presenza strategica non ci sono dubbi ma anche quelli la cui decisione di proseguire è aspramente contestata dai sindacati. Nella prima categoria rientra tutto l’agroalimentare, a cominciare dal colosso Buitoni (400 dipendenti) e dalla più piccola Fabianelli (una cinquantina).

Nella seconda, invece, i casi che hanno fatto più rumore sono Abb-Fimer (l’ex Power One), mille lavoratori fra diretto e indotto, in cui è stato impossibile finora raggiungere un accordo per rallentare almeno la produzione, la Tratos Cavi di Albano Bragagni a Pieve Santo Stefano (siamo essenziali e non ci sono rischi per la sicurezza, dice il titolare), la Tca di Castelluccio, che stima di essere nella filiera farmaceutica, la Saima di Indicatore, il gigante dell’oro Chimet, che con 150 addetti va avanti nel recupero e nell’incenerimento dei rifiuti, la Safimet, stesso ciclo.

Continuano anche le fabbriche casentinesi della filiera energia, Borri, Ceg e Lincoln Electrics. Nel complesso, comprese le aziende dell’indotto, potrebbero essere 10-12 mila occupati dei 42 mila del comparto manifatturiero, cui vanno aggiunti un migliaio almeno di addetti delle costruzioni, quelli dei cantieri pubblici, soprattutto stradali. Ci sono poi i quasi 10 mila impiegati in agricoltura, i 5 mila della grande distribuzione, farmacie e commercio alimentare, i 3 mila del settore finanziario, gli oltre 2 mila della comunicazione, i 2 mila delle attività professionali, i 3 mila dei servizi vari e soprattutto i quasi 4 mila della sanità, il settore ovviamente più direttamente coinvolto nell’emergenza virus.

Alla lista vanno aggiunti i 20 mila che secondo l’Istat lavorano per le pubbliche amministrazioni, statali o locali, e le forze dell’ordine. In moltissimi casi è stato adottato il telelavoro o smart working che dir si voglia. Gli enti pubblici, dalla Camera di Commercio ai Comuni, dall’Inps al’Agenzia delle Entrate sono chiusi al contatto esterno se non per le urgenze, tanti dei dipendenti proseguono l’attività da casa, così come da casa lavora la gran parte degli amministrativi delle industrie, che dove e quando hanno potuto hanno scelto massicce politiche di smart working.

E’ andata così anche nelle banche, a cominciare dal polo più importante, il centro direzionale di Pescaiola di Ubi Banca. Le filiali funzionano a scartamento ridotto (sono aperte solo la mattina) ma i sindacati mugugnano lo stesso per la sicurezza di quelli che stanno agli sportelli.

E’ appunto l’esercito che stamani si rimette in moto. Qui non sono stati attivati i controlli dei movimenti tramite il tracciamento dei cellulari ma si può stimare che il 30-40 per cento di persone che ancora si spostano, rilevato nelle grandi città, sia fatto in gran parte, pure per gli aretini, di quelli per i quali il lavoro continua.