Giorgio Pietrostefani
Giorgio Pietrostefani

Arezzo, 29 aprile 2021 - E’ un antico fantasma che si riaffaccia sulla collina di San Piero a Cegliolo, comune di Cortona, quasi al confine con Castiglion Fiorentino. Quello di Giorgio Pietrostefani, 77 anni, arrestato ieri mattina a Parigi in esecuzione di una richiesta di estradizione italiana non più ostacolata dalla Dottrina Mitterrand, che il presidente Macron ha deciso di non applicare più agli esuli (condannati) italiani degli anni di piombo.

Per una decina d’anni l’ex dirigente del servizio d’ordine di Lotta Continua poi diventato dirigente d’azienda e infine accusato di essere (con Adriano Sofri) il mandante del delitto Calabresi, ha vissuto in una villa in pietra costruita proprio sul pendio che domina la Valdichiana dal padre Stanislao, che era stato prefetto di Arezzo a cavallo fra gli anni ’60 e ’70.

E da lì era sparito fra il Natale del 1999 e i primi di gennaio del 2000, quasi presagendo la nuova condanna della corte d’appello di Venezia, cui era stata demandata la revisione di uno dei processi più tormentati e clamorosi. Quando i carabinieri andarono a prenderlo in esecuzione di una condanna di cui gli restano da scontare ancora 14 anni, per omicidio premeditato, al campanello non rispose nessuno.

Come il telefonò squillò a vuoto per giorni nonostante le insistenze dei nostri cronisti dell’epoca. Sparito, anche se in realtà tutti sapevano dove fosse. A Parigi, appunto, protetto dalla Dottrina Mitterrand (che, strano gioco del destino, a Cortona era stato di casa per anni), secondo la quale la Francia si rifiutava di estradare in Italia quei protagonisti della stagione del terrorismo che non si fossero macchiati di delitti di sangue.

In realtà, Pietrostefani aveva sulle spalle una condanna per omicidio, che non è esattamente un reato politico, ma dopo un iter giudiziario così tormentato da far dubitare la gauche transalpina che fosse stato anche giusto. E poi l’antico capo di Lotta Continua non era un terrorista, ma il personaggio importante di anni ancora precedenti, quelli dell’estremismo di sinistra che in alcune frange finì per sfociare nelle Br e gruppi satellite. Impossibile qui rievocare il processo Calabresi, commissario di polizia milanese che nei primi anni ’70 fu il più odiato (ingiustamente) a sinistra.

Basterà dire che in un epoca di molto successiva (il 1988) l’ex militante Leonardo Marino si autoaccusò di essere stato lui l’autore materiale dell’omicidio, insieme a Ovidio Bompressi, su istigazione di Sofri (leader di Lotta Continua, diventato uno dei grandi intellettuali del paese) e Pietrostefani. Furono tutti arrestati, anche se scarcerati dopo pochi mesi, inizio di una girandola infinita di processi che sarebbe andata avanti per 12 anni.

Quel periodo Pietrostefani (che si è sempre detto innocente) lo trascorse sulla collina di San Pietro a Cegliolo, dove si era ritirato dopo aver diretto le Officine Reggiane (quelle dei fatti di Reggio Emilia del 1960). E ancor prima aveva vissuto ad Arezzo col padre prefetto, facendo la spola con Pisa,nella cui l’università in cui ben presto emerse come uno dei leader del ’68.

A Cortona si era anche sposato con la signora Gabriella nel 1991, in una cerimonia laica celebrata dall’allora sindaco Ilio Pasqui. I vicini dell’epoca lo ricordavano come uno tranquillo, discreto, che si faceva notare poco, frequentatore del bar-alimentari-tabacchi sulla UmbroCasentinese dove faceva regolarmente la spesa. Se è stato un Demone, nell’accezione del romanzo di Dostoevskji, lo ha fatto immerso in un cono d’ombra.

Fino appunto a quel 24 gennaio 2000 in cui non rispose allo scampanellio dei carabinieri. In carcere c’era già stato (nel 1997 si era costituito dopo la prima sentenza definitiva) e non voleva tornarci. Il parroco di San Piero a Cegliolo raccontò al nostro Giancarlo Sbardellati di averlo visto per l’ultima volta prima di Natale, quando era andato con la moglie a visitare il presepe. No, non frequentava la parrocchia. Poi il destino da spettro, finito ieri mattina a Parigi.