Liliana Segre a Rondine
Liliana Segre a Rondine

Arezzo, 10 ottobre 2020 - «Vi racconto la ragazzina che ero, 80 anni fa: ma so benissimo che voi mi potete vedere solo come una nonna». «Nonna» Liliana, Liliana Segre, inizia così il suo ultimo racconto a Rondine. L’ultima testimonianza pubblica: a 90 anni la reduce dei lager rinfodera la sua arma migliore, la capacità di attualizzare la storia, annuncia concluso questo suo impegno divulgativo e decide di passare il testimone ai giovani, custodi della memoria.

E in particolare ai giovani della Cittadella della pace, stretti sul palco intorno a lei. A loro ripropone il racconto di come una quattordicenne possa essere espulsa dalla scuola perché ebraica, ignorata dai suoi ex compagni di classe, ritrovarsi in fuga verso la Svizzera e respinta e infine precipitare nel gorgo di Auschwitz. È circondata dalle più alte autorità dello Stato, dal premier Conte ai presidenti delle due Camere, ma è ai ragazzi che parla, esattamente come fa da 30 anni.

Compresi i milioni che la seguono dalle classi, in streaming o diretta Rai. Le leggi razziali, la paura, i pochi coraggiosi. «Gli ultimi veri uomini che ho incontrato prima della fine della guerra sono stati i detenuti di San Vittore». Che lanciano a lei e al padre («la cella era stata la nostra ultima casetta») arance, mele, biscotti. Il racconto di Liliana si muove tra il registro privato e quello pubblico.

Non ti spiega l’orrore, te lo incarna negli instanti che le hanno cambiato la vita. Ed è refrattario ad ogni ipocrisia. «No, non ho mai perdonato, non ci sono riuscita, non ce la faccio». Non ha perdonato quelli «che si sentivano razza superiore ma non erano umani». Non solo i nazisti ma quanti galleggiavano nel grigio. «C’erano anche vicini di casa a spingerci verso il treno della morte».

Non ha perdonato ma «non sono diventata come loro». Davanti alla possibilità di farsi vendetta, alla pistola abbandonata dal comandante del campo in fuga «ho avuto la tentazione di raccoglierla ma non l’ho fatto: e così sono diventata libera». «Non ero più una ragazza, non ero una donna, ero un numero: il numero 75190, rimasto indelebile sul mio braccio».

Esattamente come la memoria, un’arma potentissima che da sempre usa per inchiodare chi l’ha piegata a diventare una «donna schiava» ma anche l’indifferenza, l’egoismo alleati dell’orrore. In prima fila perfino i big della politica hanno gli occhi lucidi, rimbalzati dal grande schermo. La tensostruttura in cima alla collina sull’Arno sfrutta tutti i posti che il Covid consente.

Fuori il disegno di un cancello rievoca la porta attraversata dalla ragazzina di allora. La prima pietra di un’arena dedicata a Janine, l’amica del lager. «Non passò le visite, la mandarono al gas: non ebbi il coraggio di guardarla, di salutarla, non me lo sono mai perdonata». E davanti ai ragazzi la descrive, perché la sentano nella pelle esattamente come l’orrore del campo. «Biondina, occhi azzurri, francese, si chiamava Janine». Un volto al quale la ministra Azzolina dedica un concorso nazionale per le scuole.

E Janine è come se si materializzasse sotto quel tendone, tra gli abiti blu dei ministri. Lì dove il clima era stato creato prima del suo arrivo, rimandando le note di Noa, altra tifosa della Cittadella, «Sorridi senza che ci sia un perché». Perché: è la domanda che l’ha inseguita per tutta la vita e che affida ai ragazzi, insieme alla sua testimonianza. «È un patrimonio che ora sta a voi portare avanti» dice perfino Mattarella in una lettera alla senatrice a vita.

Lei per ora si ferma qui, con l’ultimo appello. «Scegliete sempre la vita» esclama tra gli applausi. Ricorda il padre: tornando indietro dal tentativo di fuga in Svizzera getta via nel bosco la collezione di francobolli.

«Erano la sua passione ma non sopportava di non riuscire a difendere la figlia». Pochi mesi e il gas avrebbe diviso le loro strade. Si chiamava Alberto: come il figlio che la segue nascosto tra i ragazzi.