di Dory d’Anzeo Tra gli appartenenti all’organizzazione ‘No paura day’, che porta avanti ogni sabato iniziative in piazza San Jacopo o in Sant’Agostino per dire no al green pass e all’obbligo del vaccino contro Covid 19, c’è Gabriele Tinti. Infermiere, per 12 anni è stato all’ospedale San Donato, ha lasciato la carriera per studiare medicina, ma si è dovuto fermare. Il perché lo spiega lui stesso: "Sono al quinto anno, ma per diventare medici bisogna praticare in ospedale. Non sono vaccinato, non lo posso fare". Nonostante questo ostacolo...

di Dory d’Anzeo

Tra gli appartenenti all’organizzazione ‘No paura day’, che porta avanti ogni sabato iniziative in piazza San Jacopo o in Sant’Agostino per dire no al green pass e all’obbligo del vaccino contro Covid 19, c’è Gabriele Tinti. Infermiere, per 12 anni è stato all’ospedale San Donato, ha lasciato la carriera per studiare medicina, ma si è dovuto fermare. Il perché lo spiega lui stesso: "Sono al quinto anno, ma per diventare medici bisogna praticare in ospedale. Non sono vaccinato, non lo posso fare".

Nonostante questo ostacolo importante sulla via della sua realizzazione personale, non si vaccinerà?

"No, quando si aprono gli occhi e la testa, anche sulla base di studi scientifici portati avanti da premi Nobel, è difficile tornare indietro. Da un lato c’è una verità con delle prove, dall’altra si vede piuttosto un bisogno forzato di dover imporre come verità una teoria non condivisa dalla comunità scientifica".

Eppure lei ha studiato queste materie. Cosa non la convince?

"Quello che sta succedendo non ha a che fare con la scienza, parliamo di dogma. Chiunque se ne discosti, viene ritenuto un soggetto da mettere da parte".

Quali studiosi, mi faccia un esempio?

"Quasi tutti"

Eppure la scienza è schierata da un’altra parte: i nomi?

"Studiosi che fino a ieri erano tenuti sul palmo della mano nei loro ambiti di studio, sono diventati di colpo persone pericolose appena hanno espresso un parere diverso dalla maggioranza

Quale è stato il momento in cui ha iniziato ad avere dei dubbi sulla gestione della pandemia?

"Come infermiere ho risposto alla chiamata di aiuto che fu emanata dagli ospedali lombardi a marzo 2020 e i primi cinque mesi li ho vissuti lì".

E cosa non l’ha convinta?

"Il fatto che c’erano soluzioni che venivano ostacolate, non utilizzate con una scusa o con l’altra".

Ad esempio?

"Ho trovato strano che non permettessero le autopsie sui corpi dei morti di Covid, avrebbe permesso di capire la patogenesi e adattare le terapie. Noi per primi ci accorgevamo che chi veniva intubato aveva meno chance di cavarsela"

Come fa a dirlo, avete dati?

"Ovviamente non abbiamo statistiche precise, lo dico a spanne. Altro discorso, le terapie domiciliari precoci. Nell’ epidemia di Sars del 2003, così come in altre malattie da coronavirus, abbiamo visto che ci sono terapie che vanno ad agire sull’infiammazione. Solo che chi le proponeva veniva semplicemente silenziato".

Se l’emergenza dovesse durare ancora, che ne sarà dei suoi studi?

"Secondo me prima che medici, infermieri o professionisti in generale, siamo uomini e come tali non possiamo avallare ciò che sta succedendo. Si parla della violazione dei principi su cui si fonda l’umanità, la libertà di scelta, di avere opinioni, di manifestare. Sono cose che vengono molto prima della mia carriera".