Bruno Rossi, il padre di Martina, davanti al palazzo di giustizia di Firenze. Lui e la moglie Franca sempre presenti in aula
Bruno Rossi, il padre di Martina, davanti al palazzo di giustizia di Firenze. Lui e la moglie Franca sempre presenti in aula
di Salvatore Mannino L’unica cosa imprevista di una giornata all’insegna del tutto come previsto è stata l’udienza aggiuntiva del 28 aprile. Sarà quella la data in cui i giudici d’appello del secondo processo per Martina pronunceranno la sentenza. Oppure usciranno dalla camera di consiglio dicendo che non hanno elementi sufficienti per pronunciarsi e che si devono rifare pezzi di istruttoria, sentendo altri testimoni, come hanno richiesto ieri le difese di Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi, i due ragazzi di Castiglion Fibocchi accusati di aver provocato il tragico volo della studentessa genovese (era l’alba del 3 agosto 2011) mentre fuggiva da un loro...

di Salvatore Mannino

L’unica cosa imprevista di una giornata all’insegna del tutto come previsto è stata l’udienza aggiuntiva del 28 aprile. Sarà quella la data in cui i giudici d’appello del secondo processo per Martina pronunceranno la sentenza. Oppure usciranno dalla camera di consiglio dicendo che non hanno elementi sufficienti per pronunciarsi e che si devono rifare pezzi di istruttoria, sentendo altri testimoni, come hanno richiesto ieri le difese di Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi, i due ragazzi di Castiglion Fibocchi accusati di aver provocato il tragico volo della studentessa genovese (era l’alba del 3 agosto 2011) mentre fuggiva da un loro tentativo di stupro. Non a caso il pg Luigi Bocciolini (ex reggente della procura di Arezzo ai tempi dei guai col Csm di Roberto Rossi) ha chiesto ancora una volta la condanna dei giovani. E anche questo era nel novero delle cose previste, quasi scontate.

Bocciolini ha sollecitato alla corte, presieduta da Alessandro Nencini, che era stato il giudice delle condanne di Amanda Knox e di Padre Graziano, la conferma della pena di primo grado del tribunale di Arezzo. Che tradotto in soldoni significa tre anni per tentata violenza sessuale, perchè l’altro capo di imputazione che aveva portato a sei anni complessivi, la morte come conseguenza di altro reato, è prescritto da un pezzo.

L’udienza, però, era cominciata dalla relazione introduttiva svolta dal presidente Nencini, che ha fatto il punto sul caso giudiziario, a cominciare dall’annullamento delle assoluzioni del giugno scorso, sempre in appello, disposto dalla cassazione il 21 gennaio, con una motivazione che ha fatto a pezzi quella sentenza. Ma noi, ha detto Nencini, dobbiamo attenerci solo al principio di diritto della suprema corte, per il resto la nostra libertà di giudizio è intatta. Il presidente si è soffermato su un punto fondamentale, a suo parere: il punto di caduta di Martina, giù dal sesto piano della camera 609 di un grande albergo di Palma di Maiorca. Se è laterale, verso la stanza adiacente, allora si può pensare che sia andato tutto come ritiene il verdetto del tribunale di Arezzo del dicembre 2018: la ragazza che per sfuggire alla violenza cerca di scavalcare per rifugiarsi nell’altro balcone e perde l’equilibrio. Se invece la sbeccatura del terrazzo è centrale, come riteneva la sentenza d’appello, allora può sussistere il ragionevole dubbio che imporrebbe una nuova assoluzione.

A seguire la requisitoria di Bocciolini, nella quale non c’erano assi nella manica, solo la riproposizione dei temi fondamentali di questo giallo che ha commosso l’Italia: perchè una ragazza timida come Martina è volata giù in mutande? Se è logico dedurre che qualcuno glieli abbia tolti, non possono essere stati che Albertoni e Vanneschi in un tentativo di stupro. Il sostituto procuratore generale non ha dubbi sul balcone: la sbeccatura è laterale, quindi compatibile con il disperato gesto a saltare verso la stanza a fianco. E persino le dichiarazioni rese da Albertoni nel primo appello, palesemente false, pesano contro di lui come una prova.

Sulla stessa lunghezza d’onda i due avvocati dei genitori, Bruno e Franca Rossi (anche loro in aula), sia Stefano Savi che Enrico Marzaduri hanno chiesto di condannare. Il 18 tocca alle difese, poi il verdetto. Solo una tappa, comunque, prima di un’altra cassazione.