Il sequestro all'allevamento
Il sequestro all'allevamento

Arezzo, 5 luglio 2018 - Le immagini idilliache sul web di un agriturismo incontaminato, le recensioni entusiastiche su Trip Advisor della struttura ricettiva, la difesa dell’azienda, secondo le quali una delle più grosse mandrie della Toscana era costantemente vigilata da veterinari d’esperienza universitaria non hanno convinto il Pm Angela Masiello, che a quasi un anno di distanza dal primo sequestro di bestiame continua a descrivere l’allevamento dell’azienda Il Prato di Castiglion Fibocchi come un lager per pecore e bovini, una sorta di gulag da Fattorie degli Animali nel quale le bestie venivano sottoposte a sofferenze indicibili.

Lo fa nell’avviso di chiusura indagini che prelude, salvo sorprese, alla richiesta di rinvio a giudizio. Nel mirino il legale rappresentante della società «Antico Podere il Prato Srl», con sede a Triuggio, in Brianza, Luca Francesco Piccinini, indagato fin dal primo momento, cui adesso si aggiunge il nome eccellente del secondo accusato: Sauro Geppetti, 65 anni, responsabile del servizio sanitario Usl per la zona aretina.

È lui appunto il personaggio nuovo dell’inchiesta, cui il Pm contesta il reato di falso: «Attestava falsamente - scrive il PmMasiello - che tutti gli animali...‘erano gestiti nel rispetto delle norme sul benessere e si presentavano in buone condizioni di salute». E ancora che ovini e caprini si trovavano in strutture che garantivano agli animali sufficiente copertura dalle intemperie e che il pavimento a terra era coperto di lettiera, cioè di paglia, fieno e deiezioni periodicamente rimossi. Invece, secondo il magistrato, «ovini e caprini presentavano lesioni e gravi sofferenze, con grave tasso di mortalità degli animali e tutti gli animali erano detenuti in totale violazione delle norme sulla tracciabilità, per la mancanza dell’anagrafica».

Il quadro che l’avviso di chiusura indagini traccia delle condizioni dell’allevamento è drammatico: 865 capi ovini e caprini (ma poi c’erano anche i bovini) «in condizioni del tutto incompatibili con la loro natura e produttiva di gravi sofferenze». La gran parte degli animali presentava condizioni generali scadenti, uno stato di nutrizione insufficiente» ed erano alimentati con mangiatoie in rete elettrosaldata «tali da arrecare lesioni da sfregamento». Pecore e caprini, insomma, erano stipati gli uni sugli altri, senza un fondo adeguato e senza che il letame venisse rimosso regolarmente.

In questa situazione, un terzo delle bestie era interessato da malattie e lesioni che andavano dalla zoppia grave alle mammelle sature, indice di aborti pregressi, con proliferazione di un agente batterico come la coxiella pericolosa anche per l’uomo. Condizioni da lager che vennero alla luce nel corso di un’indagine condotta dai carabinieri forestali della sezione di Pg della procura e che sfociarono nel sequestro dell’intera mandria decretato dal Gip Giampiero Borraccia a fine agosto 2017.

Fu l’occasione nella quale i Nas sequestrarono anche una grossa partita di formaggio prodotto col latte del gregge e contaminato dalla coxiella. A seguire il ricorso dell’azienda al tribunale del Riesame per ottenere il ritiro del decreto, ma i giudici respinsero la richiesta, così come l’ha successivamente bocciata anche la cassazione cui l’avvocato difensore Francesco Cherubini si era rivolto.

Adesso i due indagati, il proprietario e il responsabile veterinario, che aveva personalmente controllato l’allevamento, hanno venti giorni per chiedere di essere interrogati o presentare memorie difensive. Seguirà il processo, il primo su un agriturismo modello che in realtà, secondo l’accusa, era come la Fattoria degli Animali di Orwell alla fine della rivoluzione dei maiali: un gulag a quattro zampe.