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7 feb 2020

Droga per curarsi, solo la messa alla prova per l'amico di Walter

Sorpreso ad annaffiare le piante di cannabis con cui il disabile allevia le sofferenze della malattia. Il giudice dà ragione alla difesa: uso personale

salvatore mannino
Cronaca
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Walter De Benedetto

Arezzo, 8 febbraio 2020 - Non gli è toccato il carcere, non gli è toccata neppure una condanna. Solo la sanzione minore della messa alla prova, che se andrà bene (e non c’è motivo di dubitarne) cancellerà definitivamente il reato. Il paradosso che pendeva sulla testa di Marco B., l’amico cinquantenne sorpreso dai carabinieri a innaffiare le piante di cannabis grazie alle quali Walter Di Benedetto, 48 anni consumati da un’artride reumatoide terribile come una Sla, ridotto in sedia a rotelle, tentato dalla via di fuga svizzera dell’eutanasia, usava e usa per alleviare i dolori insopportabili da cui è assediato.

E’ stata comprensiva il giudice Giulia Soldini, in questa storia che è diventata un caso nazionale, una vicenda da prima pagina. E per quanto ci fossero di mezzo 25 kg di cannabis, quasi una piantagione, ha accolto la tesi degli avvocati difensori, Osvaldo Fratini e Cristiano Cazzavacca, secondo la quale era tutto per uso personale e terapeutico, tale quindi da rientrare nel quinto comma della legge anti-droga, quello sulla modica quantità che consente di ridurre al minimo le conseguenze penali: la messa alla prova, dunque, che è il deterrente minimo previsto dal nostro sistema penale.

Come a significare: non posso dirti che hai fatto bene, ma faccio quanto posso. La «bomba» era esplosa ai primi di ottobre, come una breve di cronaca: la solita piantagione di cannabis scoperta dai carabinieri. Poi, in pochi giorni, venne alla luce il retroscena, la storia di Walter, afflitto da dolori così pesanti da aver bisogno della cannabis terapeutica che gli passa la Usl, ma solo un grammo al giorno, insufficiente ad alleviare le sofferenze.

Tanto che il malato, diventato nel frattempo un simbolo, si era creato un proprio rifornimento personale con la coltivazione nella serra dietro casa. Lo consumava fra l’altro sotto forma di olio dei semi della pianta spremuto nel bicchiere. Altro che droga. Poi la soffiata ai carabinieri, l’appostamento e l’arresto di Marco B. per quella che tecnicamente era detenzione al fine di spaccio, oltretutto di rilevante quantità. I famosi 25 kg più 800 grammi di essenza conservati in un altro capannone.

Ma, come ha detto Fratini nella sua arringa, l’amico era soltanto uno che aveva provato a dare una mano a Walter, più di tutti i personaggi pubblici che in questi mesi si sono schierati dalla sua parte. Facile da capire, più difficile d tradurre in una sentenza equa.

E’ venuto a proposito anche il pronunciamento delle sezioni unite, secondo cui la coltivazione per uso personale non è spaccio. Di Benedetto aveva commentato con soddisfazione, ora nemmeno quello perchè sta peggio. Per fortuna che ancora pietà non l’è morta.

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