Arezzo, 25 marzo 2021 - Il busto in bronzo di Dante accoglie chi si avvicina al Castello di Poppi. Da lassù domina vallata e ricorda che Dante in Casentino ci ha vissuto e ci ha composto alcuni canti dell’Inferno. Di luoghi e personaggi aretini è disseminata la Divina Commedia, a onor del vero quasi tutti all’Inferno li ha mandati, qualcuno in Purgatorio e uno solo in Paradiso, San Romualdo fondatore dell’Eremo di Camaldoli.

Non offendiamoci nemmeno per quel «botoli ringhiosi» che ormai ci accompagnerà per sempre perché in queste terre Dante ci è sceso come nemico nella Battaglia di Campaldino e poi è tornato come esule cacciato da Firenze, solo e senza la moglie Gemma né i figli, accolto dai Conti Guidi. I loro castelli Dante li ha frequentati tutti: Poppi, Romena, Porciano.

Ha vagato per il Casentino, ha descritto l’Arno e l’Archiano, il Sacro Monte della Verna e l’Eremo camaldolese, il Pratomagno ma anche Arezzo e il castello di Gargonza. La prima volta che Dante entra in Casentino è per la battaglia di Campaldino, i Ghibellini di Arezzo contro i Guelfi di Firenze. «dove ebbi temenza molta» confessa il poeta che si salva dalla carneficina e trova subito rifugio al Castello di Romena a Pratovecchio dai Conti Guidi che aveva già conosciuto a Firenze e noti proprietari del castello di Poppi famoso, ci ricorda lo storico Alessandro Barbero, come luogo di piaceri nobiliari che ha ispirato il modo di dire «stare come il conte in Poppi».

Dante non immaginava certo che vi sarebbe tornato per mangiare «il pane altrui». Durante l’esilio aretino, dal 1307, infatti viene ospitato da questa potente famiglia proprio al castello di Romena, dai fratelli Alessandro, Guido Pace ed Aghinolfo. Anni preziosi per l’umanità perché qui scrive alcuni canti della Divina Commedia partendo proprio dall’Inferno.

La potente rocca, protetta da molte cinte murarie, aveva tre torri e una di queste era la Torre delle prigioni, una singolare costruzione a imbuto dove più gravi erano i reati commessi dai prigionieri più si scendeva sotto terra. Guarda caso, la stessa struttura dell’Inferno dantesco. Non solo. Qui conosce la storia del famoso falsificatore di fiorini Maestro Adamo da Brescia, di cui parla nel XXX canto dell’inferno.

Falsario per conto dei Guidi, verrà catturato e bruciato vivo nella località che da allora si chiama Ommorto, lungo la Consuma. Non solo, sempre a Romena incontra la figlia di Bonconte da Montefeltro, amica di Madonna Gherardesca che poi è la figlia del conte Ugolino e moglie di un Guidi. Caso o non caso, ecco servito uno dei canti più cruenti e struggenti dell’Inferno, il XXXIII.

Il castello di Porciano a Stia non è da meno, sempre maniero dei Guidi, da qui Dante nel 1311 scrive la lettera contro gli «scelleratissimi« fiorentini per invitarli ad assoggettarsi ad Arrigo VII di Lussemburgo durante la sua discesa in Italia, dove lo esorta a rompere gli indugi che sino a quel momento lo hanno trattenuto, stroncando finalmente la resistenza di Firenze, incitandolo ad assalirla «schiacciarle il capo con il piede».

Aneddoto, anzi leggenda vuole che scatenata l’ira di Firenze, venga mandato un ambasciatore per catturare Dante, che nel frattempo si è dato alla fuga. In strada l’ambasciatore fiorentino lo incrocia ma non lo riconosce, chiede allo sconosciuto viandante se Dante Alighieri è a Porciano e lui, sibillinamente, gli risponde «Quand’io v’ero è v’era».

Ma del Casentino ci sono anche i paesaggi e i fiumi, cita l’Archiano «Li ruscelletti che d’i verdi colli/del Casentin discendon giuso in Arno», l’Arno che è «quel fiumicel che nasce in Falterona», ma anche il Sasso Spicco, San Francesco, i monaci dell’Eremo chiusi nei loro chiostri, il Pratomagno. Meno note le vicende legate alla città di Arezzo. aretine.

Da documenti notarili si sa che il 13 maggio 1304 Francesco Alighieri, fratellastro di Dante, si trova ad Arezzo, e richiede un prestito di 12 fiorini. In città a quel tempo risiedono gran parte degli esuli fiorentini, come Ser Petracco padre di Francesco Petrarca. E infatti quando il 20 luglio 1304 Petrarca nasce, Dante è lì, in Borgo dell’Orto dove appunto c’è la casa del Petrarca (non quella che conosciamo oggi) e il pozzo di Tofano citato dal Boccaccio nel Decamerone.

Ma c’è una parentesi che lo lega anche a Gargonza dove nel 1303, fresco fresco di esilio, si ritrova con i Guelfi Bianchi e Ghibellini per tentare di unire le forze per combattere i nuovi padroni di Firenze, i Guelfi Neri. Sforzo inutile, ma quel luogo, storicamente politico, quel sigillo lo ha ancora oggi