Monache Olivetane
Monache Olivetane

Arezzo, 23 novembre 2019 - Era emozionata per prima quando raccontava come le consorelle curassero il giardino e gli ambienti del monastero. E certo la superiora non immaginava che alla fine sarebbe stato chiuso per «colpa» sua. Prima per essersi innamorata e poi per aver deciso di abbandonare l’abito. C’era il mondo quattro anni fa alla riapertura dell’ex convento dei Cappuccini.

E’ quella la struttura sbarrata per amore. L’avevamo appesa finora ad un filo di riserbo, per proteggere questa storia e i suoi protagonisti. Ma ormai a Sansepolcro il nome circola liberamente. Perché per la città quello era il convento di riferimento. Convento, esatto: convento dei cappuccini, risale a secoli fa, un compagno di viaggio per generazioni e generazioni di famiglie.

Era diventato il convento dei matrimoni; in tanti si sono detti sì lì dentro, quasi ne presagissero le future complicazioni sentimentali. Poi la chiusura, perchè il calo delle vocazioni colpisce anche gli ordini secolari. E la riapertura grazie alla scommessa dell’Ordine degli Olivetani: un ordine benedettino, di quelli che alla preghiera affiancano il lavoro.

«Ora et labora», principio chiaro perfino a chi non abbia in simpatia le lingue antiche. In questi giorni lì si spingono in tanti. Incuriositi, spesso amareggiati che un’altra storia si sia interrotta troppo presto. Nessuno giudica la scelta della madre superiora: anche perché negli anni della sua presenza a Sansepolcro lei, originaria del sud, aveva saputo circondarsi dell’affetto e della stima di tutti.

Un entusiasmo contagioso. Palpabile 4 anni fa, quando le mura erano state riaperte. Quando una Messa solenne aveva salutato l’inizio della nuova avventura. La chiesa di San Michele Arcangelo del 1611, a fianco del convento che con le Benedettine era diventato monastero di San Bernardo Tolomei, era strapiena.

E in cima loro, la madre superiore e le consorelle, emozionate: con la monaca capace però di comunicare le sue grandi intenzioni. Che nei primi anni sarebbero state tutte mantenute. La riapertura ai ritiri spirituali, l’accoglienza nei bungalow, in passato crocevia di tanti studenti. E il lavoro, nella vigna, nel giardino, nel chiostro rimasto in perfetto stile francescano.

E la cura meticolosa degli spazi interni. Nei fatti in questi anni il vecchio convento, diventato monastero, era ritornato un punto di riferimento per la città. La stessa che domina dall’alto, da ognuna delle sue celle e dalla chiesa puoi spingere lo sguardo sui tetti e sulle collne intorno.

Ora quel portone sbarrato, in attesa che qualcun altro ci scommetta. All’esterno una croce piantata nella roccia: simbolo di una fede incrollabile? Sì, ma pur sempre umana. In una località che si chiama Paradiso ma i cui abitanti sanno per primi quanto sia difficile rimanere all'atezza di un nome tanto ambizioso.