Pistoia, 16 luglio 2017 - E' pieno il rifugio della Bicocca, alla Doganaccia di Cutigliano: coppie di rientro con i figli dal parco avventura, anziani in fuga dalla canicola della pianura, colonie di ragazzini, fidanzati a caccia di selfie, appassionati di trekking, downhill e bici elettiche. Alle pareti foto d’epoca, manifesti pubblicitari della stazione risalenti agli anni Sessanta e Settanta, ricordi dei campioni che non ci sono più: da Zeno Colò a Fabio Danti. Il perlinato alle pareti fa vintage. Ma soprattutto aria di casa: tra un tavolo e l’altro si parla, ci si scambia informazioni sulle escursioni e sui materiali tecnici.

Cucina di montagna: cose semplici ma gustose, con tanti prodotti del territorio. È pieno il rifugio nonostante la strada, col passare del tempo, sembri sempre più una mulattiera: salire in auto da Cutigliano vuol dire entrare di diritto nella top ten dei campioni di «scansa la voragine». Per fortuna c’è la funivia che in sette minuti collega il paese alla Doganaccia.

E da un quarto di secolo dietro quella funivia, gli impianti di risalita e il rifugio c’è la famiglia Ceccarelli. La «presa della Doganaccia» è datata 14 luglio 1992. Da allora, giorno dopo giorno, il capostipite Sergio (71 primavere all’attivo, ex dipendente della polizia municipale di Firenze) insieme ai figli Marco (44 anni) e Ronnie (42) e a una ventina di dipendenti hanno fatto della Doganaccia la loro ragione di vita.

Un inizio, quello del ’92, che sa di epopea, di impresa di altri tempi. «A quel tempo ero socio della Doganabella (la società che gestiva in precedenza la stazione, ndr) e la proprietà mi mandò quassù per accompagnare l’ufficiale giudiziario che doveva provvedere al pignoramento. Senza avvisare nessuno, nemmeno mia moglie, comprai tutto. Lei per fortuna mi assecondò, ci licenziammo dai rispettivi lavori e montammo in macchina con i nostri due figli».

Da allora la Doganaccia di strada ne ha fatta: il fatturato è passato dai 50 milioni di lire del primo anno al milione e mezzo di euro di oggi e agli impianti della montagna pistoiese si è aggiunta anche la gestione della funivia di Rapallo. «Senza mutui né debiti – precisa con orgoglio –, una cosa abbastanza rara nel settore. Di questi venticinque anni il ricordo più bello è l’essere riusciti a rinnovare la funivia, lottando contro tutto e tutti. La cosa che mi amareggia di più è invece che non si sia riusciti a portare avanti il collegamento con il Corno alle Scale: un progetto di cui si parla dal 1963 e c’è ancora chi tira indietro dicendo che in questo modo si danneggerebbe l’Abetone. Noi invece ci crediamo e guardiamo avanti: basta girare le montagna italiane per rendersi conto che il futuro è delle stazioni collegate, non di quelle isolate. Senza dimenticare che un impianto del genere porterebbe almeno cento posti di lavoro. Oro allo stato puro in montagna».