Firenze, 2 agosto 2017 - Quando il pubblico ministero Paolo Canessa le chiese se l’uomo che guidava quella macchina sportiva rossa fosse uno degli imputati – ovvero il rappresentante di piastrelle di Calenzano e amico di Pietro Pacciani, Giovanni Faggi – la testimone barcollò. Non convinse neppure il tribunale, visto che, al processo ai compagni di merende, conclusosi con l’ergastolo per il postino di San Casciano Mario Vanni e la condanna a 24 anni per il «pentito» Giancarlo Lotti, Faggi, oggi defunto, ne uscì completamente scagionato. Le ombre su di lui furono diradate dai suoi difensori, Federico Bagattini e Sigfrido Feynes, e la posizione del rappresentante, assolto per non aver commesso il fatto, resse anche all’appello della procura.

La premessa non è casuale. Perché quello di Travalle (22 ottobre 1981) è a tutt’oggi uno dei tre delitti «senza condannati», formalmente fuori dagli omicidi definitivamente attribuiti a Vanni e Lotti (in concorso con Pacciani, secondo la ricostruzione dell’accusa, anche se questi morì nel 1998 prima del nuovo giudizio), che sono quello di Baccaiano del 1982, Giogoli del 1983, Vicchio del 1984 e gli Scopeti, l’ultimo della serie, nel 1985. Adesso, alla luce della nuova «rilettura» dell’inchiesta e all’iscrizione sul registro degli indagati di Giampiero Vigilanti, 86 anni, originario del Mugello e oggi residente a Prato, viene il dubbio che quell’uomo alla guida della macchina rossa (identificata approssimativamente come un’Alfa), incrociato dalla coppia sul ponte sulla Marina, fosse proprio l’ex legionario, sulla sua Lancia Fulvia dell’epoca. Nei suoi interrogatori «fiume», Vigilanti non esclude questa possibilità: «si colloca» là perché nel 1981 abitava proprio a Calenzano. Nient’altro.

Ma la testimonianza di quella coppia ebbe anche un peso perché, sulla base della loro descrizione, venne realizzato il famoso identikit del mostro. Ne venne fuori una figura che poteva richiamare i tratti dell’ex imputato Faggi, ma oggi sovrapponibile pure a qualcun altro. La donna che lo vide descrisse anche un uomo molto alto, a giudicare dalla sua posizione nell’abitacolo che venne illuminato dallo «sfanalamento» del suo compagno alla guida, che per evitare l’auto che sopraggiungeva a velocità sostenuta si buttò sul lato destro della carreggiata.

Capitolo proiettili. La nuova perizia servirà ad essere certi, aldilà di ogni ragionevole dubbio, che abbia sparato sempre (e solo) la stessa Beretta calibro 22. La consulenza agli atti fino ad oggi ha preso alcuni bossoli a campione per ogni delitto. Oggi verranno comparati tutti, anche se non c’è corrispondenza tra i colpi di pistola sparati e i bossoli recuperati: talvolta sono addirittura di più i bossoli. Un giallo nel giallo.