di Giuseppe Serafini "Nella mia ormai quasi trentennale carriera lavorativa di infermiera professionale una pandemia non l’avevo certo messa in conto", dice Barbara Fernandez, 54 anni, romana di origini amiatine, i genitori di Piancastagnaio, dove risiede da 4 anni con il marito Salvatore Pellegrino. Lavora al presidio ospedaliero di Abbadia. La scorsa primavera è partita come volontaria andando nelle zone di Bergamo e Piacenza. E’ stata allertata per un’altra missione....

di Giuseppe Serafini

"Nella mia ormai quasi trentennale carriera lavorativa di infermiera professionale una pandemia non l’avevo certo messa in conto", dice Barbara Fernandez, 54 anni, romana di origini amiatine, i genitori di Piancastagnaio, dove risiede da 4 anni con il marito Salvatore Pellegrino. Lavora al presidio ospedaliero di Abbadia. La scorsa primavera è partita come volontaria andando nelle zone di Bergamo e Piacenza.

E’ stata allertata per un’altra missione. Che ricordi ha della prima esperienza?

"Quanto visto in quelle città è stato veramente duro da metabolizzare. Tanti nomi non li dimenticherò. Bice, ad esempio che non voleva mangiare tortellini in brodo il giorno di Pasqua perché, diceva, le facevano male al cuore ricordandole le allegre tavolata con tanti amici portati via dal virus".

Ha scritto un diario

"Me lo mise in valigia il giorno della partenza mio marito, un piccolo quaderno e una penna. Quando tornavo in albergo a fine turno scrivevo tutte le esperienze vissute. Ne è nato un piccolo diario".

Ad Abbadia come è stato il ritorno in ospedale?

"Appena tornata dalla missione non avrei certo immaginato di dover nuovamente indossare quelle tute. Purtroppo anche in una realtà piccola come l’ ospedale di Abbadia è stato necessario mettere a disposizione dell’azienda l’esperienza acquisita in quei luoghi d’ inferno. Come si sa è stato aperto un reparto Covid di cure intermedie".

Che significa?

"È un reparto dove vengono ricoverati pazienti il cui decorso clinico va migliorando e che hanno lasciato il reparto intensivo essendo la respirazione tornata autonoma. Questo per permettere ad altri pazienti in fase critica di essere assistiti dal punto di vista respiratorio".

Quali prospettive per una realtà fuori dai grandi centri sanitari?

"Sentiamo parlare spesso di medicina del territorio. Il nostro reparto, ad esempio è collocato al secondo piano dell’ ospedale di Abbadia. È funzionalmente isolato dal resto del presidio nel quale continuano ad essere erogati tutti i servizi naturalmente nel rispetto delle norme anti covid previste dal protocollo".

Come ha affrontato questa nuova situazione che si è creata anche ad Abbadia?

"Personalmente e anche con i miei colleghi all’ inizio siamo stati presi da normale agitazione .Poi è subentrato il senso del normale dovere. Ci siamo buttati a capofitto in questa avventura che voglio sperare si concluda per il meglio".