Il comandante Di Pace e il colonnello Tamponi
Il comandante Di Pace e il colonnello Tamponi

Siena, 18 ottobre 2019 - «Se c’è voluto coraggio? Dico la verità, fino a un certo punto. Con la denuncia ho solo cercato di tutelare i figli e anche quelli degli altri. Ho inteso dimostrare, soprattutto ai miei ragazzi, che non ci si deve nascondere perché poteva accadere ancora. Nessun coraggio, semmai un dovere civico nei riguardi dei minori. Questi cellulari possono diventare un pericolo. Dico di più, una pistola. I genitori devono stare molto attenti». Che grinta, Veronica. Un nome di fantasia per tutelare la donna che ha bussato alla porta dei carabinieri del comando di viale Bracci per raccontare la chat dell’orrore scoperta sul telefonino del figlio di 13 anni che ora è parte lesa.


Come si sente ora che la sua denuncia, presentata nel giugno scorso, ha prodotto i risultati che sono sulle prime pagine dei giornali e in televisione?
«Sono tranquilla come prima. Ho fatto il mio dovere. Un pochino provata, quello sì. Soprattutto perché siamo a Siena e, prima o poi, si conosceranno i dettagli. Intendo pertanto muovermi con i piedi di piombo ma so di poter contare sulla tutela dei carabinieri. Sono stati encomiabili, non ci hanno mai lasciato soli, dandoci sostegno e informazioni. Sono andata avanti e lo farò fino in fondo. Quello che è accaduto è una cosa veramente grave».
 

Come si è accorta del contenuto della chat?
«A scuola mio figlio non porta il cellulare, tanto vado a prenderlo e portarlo io. Non ha necessità di chiamare. Ha fiducia in me, sa che ho la password e che ogni tanto controllo il telefonino».
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