Pontedera, 16 maggio 2018 - Trovarsi all’improvviso con il conto corrente che spedisce soldi non si sa bene a chi. E’ successo ad una giovane consulente del lavoro, originaria di Lari, che ora risiede a Pontedera. La sua disavventura l’ha raccontata lei stessa (e potrebbe accadere a tutti), ieri mattina, in una breve testimonianza in tribunale a Pisa, davanti il giudice Raffaella Poggi. Era il processo, questo, nato proprio sulla querela presentata dalla professionista e le cui indagini sono rimbalzate tra Pontedera e Firenze, sede della procura distrettuale competente per reati commessi con mezzi informatici.

Fu la donna, infatti, nel 2011 a presentarsi al Commissariato della città della Vespa per denunciare che sul suo conto erano state fatte operazioni che lei non aveva disposto e per le quali non aveva rilasciato autorizzazione: ricariche telefoniche ripetute nei giorni fino a totalizzare un ammanco di 700 euro. Una mano fantasma, quindi, agiva sui suoi soldi. Nascosta dalla rete. Soldi che poi la banca della signora ha restituito attraverso l’assicurazione.

Sulla vicenda indagò, per primo, il commissariato di polizia, mettendosi in contatto con la banca e riscendo ad arrivare ad una utenza telefonica che aveva violato il conto online della consulente del lavoro, riuscendo ad ottenere le chiavi per operare. Quel numero di telefono, che poi «ordinava» ricariche ad altri cellulari intestati a persone irregolari sul territorio nazionale, non censiti, apparteneva a Simon Constantin Stanciu, 28 enne, di nazionalità rumena dileguatosi a lungo e poi rintracciato, che venne indagato per truffa aggravata dall’utilizzo del mezzo informatico.

Un’indagine capillare quella della polizia che ricollegò il fatto di Pontedera ad episodi similari denunciati e al centro di accertamenti nel medesimo periodo a Vicenza e Merano. In tutti i casi il meccanismo era lo stesso e prevedeva che il truffatore riuscisse a impossessarsi dell’identità digitale di ignari clienti bancari. Una volta bypassati i sistemi di sicurezza, il truffatore entra nei conti correnti di altri facendosi trasferire (sempre online) i soldi su carte prepagate o schede telefoniche ricaricabili. Ma le indagini non sono state in grado chiarire se il titolare dell’utenza telefoniche è la stessa persona che ha commesso il reato. Una domanda che il giudice stesso – dopo le domande del pubblico ministero Paola Rizzo che ha sostenuto l’accusa – ha cercato di far emergere dal dibattimento. Così anche il pm ha chiesto l’assoluzione per mancanza di prove. Arrivata puntuale nel giro di una manciata di minuti.