
Paolo Fabrizio Iacuzzi è presidente del Premio letterario internazionale Ceppo (fotoCastellani)
Quante volte parliamo di cuore, ma a cosa ci si riferisce davvero? Forse a un bisogno più profondo che si rimanda più in là senza farci i conti. Il tempo di Natale è un’occasione per farsi queste domande. "Prendere sul serio il cuore ha conseguenze sociali", scrive Papa Francesco nella sua nuova enciclica e specifica che "l’affettività e la pratica non sono semplicemente conseguenze di un sapere assicurato", per cui io so e faccio. Non è così. I nostri comportamenti non nascono, quanto meno, solo da questo.
Paolo Fabrizio Iacuzzi, presidente del Premio letterario internazionale Ceppo, ha curato un bel volume, "Nelle sue mani" (edizioni Interno Libri) sulle sette opere di misericordia che dicono in maniera molto pratica, attraverso la predicazione di Gesù, dove va il cuore o meno. Nella sequenza scelta da Iacuzzi: prendersi cura dei malati, dare sepoltura ai morti, accogliere i pellegrini (vogliamo riconoscere i migranti?), dare da mangiare agli affamati (i senza fissa dimora? Tanti anziani?), vestire gli ignudi, visitare i carcerati, dare da bere agli assetati. Sono orientamenti pratici alla portata di tutti, eppure... Eppure si pensa con facilità che se ne debbano occupare gli altri e così il cuore va in scacco.
L’ex ospedale del Ceppo, che dà il nome al Premio, venne costruito grazie ai contributi dei cittadini che depositavano la loro offerta in un grande ceppo di alloro, che "Ex unitate florescit", fiorisce dall’unità, cuore a cuore, da quelle sette opere di misericordia che, per Iacuzzi, sono "ponte fra lo spazio del sacro e quello dell’incontro". Iacuzzi ha affidato ciascuna delle sette opere al racconto o al saggio di autori che hanno vinto il premio Ceppo racconto 2024: Mircea Cartarescu, Giovanna Di Marco, Michele Mari, Alessio Mosca, Giulia Oglialoro, Ezio Sinigaglia e Nadia Terranova. Tutti alle prese con domande che sono dentro di noi e ci trascendono: chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo, ma senza le sette opere di misericordia andiamo poco lontano. Non avere misericordia vuol dire semplicemente non avere cuore.
Scrive Cartarescu: "Attraverso l’amore e la compassione diventiamo medici senza denaro, medici che curano altri medici, malati che curano altri malati. Abbraccia l’altro, e prenderai su di te una parte del fardello della sua vita... Guarendo lui, guarirai anche tu".
Michele Brancale