Firenze, 4 ottobre 2021 - In un’Italia elettorale che non va alle urne - affluenza sotto il cinquanta per cento a Roma, Torino, Milano; a Bologna appena sopra il cinquanta - il centrodestra si scopre fragile. Senza leadership unificante e con un problema di selezione della classe dirigente. Costretta a scegliere candidati non civici ma impolitici e senza un’identità definita, la coalizione di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia naviga senza rotta.

La stagione del neopopulismo e del sovranismo è messa in forte discussione, per quanto - rispetto alla zigzante linea di adesso - dotata di chiarezza. Salvini, leader della Lega, ammette la sconfitta e dice che i candidati sono stati scelti tardi. Non sembra tuttavia essere un problema di tempistica. La questione semmai riguarda la qualità delle candidature. Perché i leader non sono scesi in campo? Perché non si è scelto i parlamentari? Per evitare naturalmente discussioni interne su chi potesse essere il candidato di partito, in un momento in cui la coalizione di centrodestra è stata disarticolata dall’effetto Draghi.

Al centrodestra dunque non rimane che soffrire, con qualche sfida complessa nei ballottaggi da affrontare. L’unico che ride è Enrico Letta, il segretario del Pd che ha vinto le suppletive a Siena. Dice che il centrodestra è senza federatore (Berlusconi). Rivendica l’allargamento della coalizione. Si lancia nella propaganda spiegando che è cambiato il vento politico nel Paese. Facile, comodo. Eppure i problemi sono lì. Per mesi il Pd ha concentrato la sua attenzione sui diritti individuali, insistendo su ddl zan, ius soli e voto ai sedicenni. Impensabile che questa piattaforma possa attirare il voto delle masse alle elezioni politiche. Le conseguenze socio-economiche dell’emergenza sanitaria e le tensioni sociali sono lì a ricordare ai partiti - insieme all’astensionismo - che la fase di supplenza draghiana è destinata a esaurirsi presto. La tenuta del sistema politico-istituzionale passa anche dalla risoluzione fattiva di problemi sensibili come il lavoro.

Letta, si diceva, è l’unico che ride. Gli alleati del M5s no. Hanno perso due città che governavano, come Torino e Roma, lasciando il campo gli avversari. Non due città qualsiasi. Nel 2016 furono conquistate al grido di onestà, onestà, onestà, l’assalto al cielo fu lanciato secondo i canoni del populismo più feroce (specie a Roma con Virginia Raggi). Cinque anni dopo l’offerta grillina è stata rifiutata. Era già successo altre volte, a Livorno per esempio, con Filippo Nogarin. Ma è ormai una costante. Dunque è forse esaurita la risposta antipolitica dei Cinque stelle, diventati pompieri dopo una vita da piromani.