Una splendida immagine della cava delle Madielle dove viene estratto anche il «Fior di pesco apuano»
Una splendida immagine della cava delle Madielle dove viene estratto anche il «Fior di pesco apuano»

Massa, 27 gennaio 2017 - ROSA, come una distesa di delicati fiori di pesco: è una delle pietre più pregiate e ricercate al mondo, utilizzata in passato prima dai romani poi dalla famiglia dei Medici per abbellire la ricchissima Firenze del Rinascimento. Probabilmente, nel suo lungo peregrinare, dalle viscere delle Alpi Apuane è arrivata fino a far splendere le sale vaticane di Roma. Forse in pochi però sanno che questo marmo ribattezzato, per l’appunto, «Fior di pesco apuano», tanto prezioso quanto raro, dalle inconfondibili venature di colore rosa, viene estratto proprio dalle montagne che sovrastano Massa. Blocco dopo blocco, ha lasciato nei secoli la cava di Breccia Capraia, situata nella zona delle Madielle, nel versante settentrionale della Focoraccia, nel tratto fra il Passo degli Uncini al Monte Carchio, uno dei luoghi più belli e affascinanti dell’intera costa apuana con un panorama che si apre fino al mare. Come detto, di questo ‘diamante rosa’ ne rimane poco e dovrebbe essere estratto con parsimonia e attenzione.

Peccato che a ignorare questo fatto fossero proprio gli enti che, per primi, dovrebbero tutelarlo: la Regione Toscana e il Comune di Massa, con il Parco delle Alpi Apuane pronto a rimorchio. La vicenda, come spesso accade sui nostri monti, ha quasi del paradossale: la cava Breccia Capraia, infatti, è ancora attiva ed estrae diverse tipologie di marmo, non solo il «Fior di pesco». Ad agosto dell’anno scorso la ditta concessionaria aveva presentato una richiesta di Pronuncia di compatibilità ambientale, al Parco, per una variante a ‘volume zero’ in modo da completare il vecchio progetto di escavazione per 29.068 metri cubi di escavazione. Contro la richiesta si era subito schierato il Grig apuano, tramite la referente Franca Leverotti, che aveva inviato una lunga lettera di osservazioni al Parco mettendo subito in luce una difformità nelle carte della Regione: nella carta del Praer, ossia il Piano regionale delle attività estrattive, sono indicati due soli giacimenti del Fior di pesco, come siti storici da proteggere e utilizzare per l’estrazione di materiali destinati ai restauri dei monumenti. Nessun riferimento a Breccia Capraia che, per Leverotti, doveva essere inserita nell’elenco.

La Regione ha svicolato sostenendo che l’elenco del Praer non fosse esaustivo e spettasse ai Regolamenti urbanistici dei Comuni e ai piani provinciali completarli, tirando le orecchie al Comune e alla Provincia apuana per essere ancora sprovvisti dei piani settoriali delle attività estrattive a oltre un anno dall’entrata in vigore del Praer. A ogni modo, la segnalazione di Leverotti ha fatto ‘breccia’ in Regione e in Comune e il Parco, alla fine, ha rinnovato la Pca della cava obbligando però il Comune e la ditta a censire la vena di «Fior di pesco» e a sottoporne l’estrazione a rigorose condizioni e limitazioni. Come dovrebbe essere per una pietra tanto pregiata.