Lucca, 21 giugno 2018 - Il jazz mediterraneo di Paolo Fresu, in duo con Daniele Di Bonaventura, apre la 16ª edizione dell’International Academy of Music Festival stasera alle 21.15 al teatro Alfieri di Castelnuovo Garfagnana.

Sempre più Jazz "contaminato": la strada è irreversibile? Perché? 

Credo sia irreversibile perché il jazz in quanto musica in realtà non esiste più: è sempre stata contaminata e lo è sempre di più: spargendosi nei continenti si alimenta con quello che sentiamo e vediamo. Io sono musicista italiano quindi sono appassionato di molte cose diverse, dalla musica barocca al classico a una certa musica del mondo, non potrei suonare il jazz americano quello classico, posto che non esiste neanche più. È sempre più una musica che va nel meticcio, diciamo così, perché il jazz è per antonomasia la musica meticciata.

Come ci si sente ad aprire un festival tendenzialmente di musica classica? Come è stato contattato?

Ci si sente bene, proprio in quell’idea del meticcio di cui parlavamo. Credo che ci stia bene che un festival di musica classica sia aperto da un concerto come nostro, che del resto è un progetto indefinibile: suoniamo Bach, Puccini, di Victor Jara passando ai nostri brani. Inoltre il bandoneon, pur piccolo, è uno strumento armonicamente completo. È un concerto ricco di colori anche da un punto di vista repertoriale si presta a cose diversificate. Facciamo infatti concerti, per così dire, à la carte. 10 giorni fa a Berna abbiamo fatto un progetto su De André, due anni fa un progetto sulla grande guerra con brani che venivano da là. È un progetto molto flessibile che si presta a interpretazioni diverse: a seconda di dove siamo, il progetto si sviluppa in modo funzionale ai luoghi, alle atmosfere, al tipo di festival che ci invita. 
Il contatto con il festival è nato a un mio concerto, quando mi è stata presentata questa iniziativa, e poi si è sviluppato fino ad essere qua, oggi.

Jazz e giovani. Tanti suonano, frequentano i tanti corsi anche nei conservatori, ma ai concerti, almeno per la mia esperienza, pochissimi giovani, più donne. Dove sta il difetto di comunicazione?

Intanto il problema non è solamente italiano: i giovani mancano ai concerti di jazz un po’ in tutta Europa: è un peccato. Credo che sia da una parte difetto di comunicazione, dall’altra che il jazz non si ascolta da piccoli, e se non lo ascolti da piccolo pensi che sia una musica inascoltabile e inavvicinabile. Proprio con la Federazione del jazz italiano di cui sono presidente, il primo progetto in essere è proprio ‘il jazz va a scuola’, dialogando con il miur, per far comprendere che la musica improvvisata deve essere presente sin dall’infanzia perché è un linguaggio che si presta per crescere e per sviluppare sia una musicalità sia un rapporto con sé e con gli altri. Dopo di che bisogna fare progetti dedicati ai giovani, mettendoli in condizione di venire, anche uscendo dai teatri tradizionali che fanno un po’ paura ai giovani per il rito che comportano. Credo che anche i festival abbiano la responsabilità di programmare il diverso, strizzando l’occhio ai giovani, altrimenti il pubblico del jazz diventa sempre più vecchio. Un po’ come accade per la musica classica. Sono due realtà che per certi versi si assomigliano e hanno le stesse problematiche dal punto di vista della fruizione.

Nel jazz si collabora di frequente, se non di norma, tra artistI: nascono band e formazioni e progetti poi si  torna soli e poi si ricomincia. perché accade meno negli altri generi musicali?

Perché il jazz è una musica molto flessibile, elastica, dove c’è una curiosità rispetto al nuovo, che forse non c’è nella musica classica, anche se si apre sempre di più. Il musicista di jazz è abituato a improvvisare, salta da un progetto all’altro con una disinvoltura che altre musiche non permettono. In questo momento sto girando con una quindicina di progetti, spesso molto diversi tra di loro. Tra due giorni sono in Germania con una’orchestra di musica classica, ma è fattibile se c’è un meccanismo mentale che ti porta velocemente a cambiare tutto. Poi ci sono anche musicisti jazz che hanno un solo progetto e si concentrano su quello, ma sarebbe la mia morte.

I suoi artisti preferiti, anche fuori dal jazz? 

Sono tanti, e sarebbe ingiusto dirne solo qualcuno. Amo Bach come, in un altro modo, Caetano Veloso. Come diceva Duke Ellington credo esistano solo due tipi di musica: la buona e l’altra. Gli artisti preferiti sono quelli che suonano quella buona, e sono tanti.