Manuela Gagliardi
Manuela Gagliardi

La Spezia, 6 agosto 2019 - Il nome è deciso: “Cambiamo!”, un manifesto in una sola parola. Allo strappo con Silvio Berlusconi, palesatosi giovedì scorso con la sua esclusione dal nuovo coordinamento di Forza Italia, Giovanni Toti era già pronto. Le sue truppe, nate come “arancioni” in Liguria sull’onda della clamorosa vittoria alle regionali 2015, si erano già organizzate con l’assemblea del 6 luglio al teatro Brancaccio di Roma. Evidentemente c’era poca fiducia nel fatto che andasse a buon fine il tentativo di ricucitura con Berlusconi, tentativo avviato con la nomina, il 26 giugno, a coordinatore nazionale degli azzurri insieme a Mara Carfagna. Adesso il treno per la costituzione di un nuovo movimento politico è in corsa: il 2 settembre, da Matera, partirà il “#Cambiamoinsieme tour” in 13 regioni. «Poi faremo le primarie» per la scelta del leader, ha già annunciato Toti. Che conferma anche la volontà di candidarsi, nel 2020, per il secondo mandato a presidente della Regione Liguria.

«SIAMO di centrodestra, siamo convintamente alleati di Matteo Salvini e Giorgia Meloni» ha precisato Toti a più riprese in questi giorni. La sfida è riunire «coloro che si riconoscono in un voto riformista, liberale e popolare», creare una “terza gamba” in grado di riportare il centrodestra al governo del Paese, al fianco della Lega e di Fratelli d’Italia. Anche in Parlamento i movimenti sono più che avviati. Le liste dei possibili ‘totiani’ includono tra quelli “certi” i deputati Monica Gagliardi, Osvaldo Napoli, Daniela Ruffino, Giorgio Silli, Alessandro Sorte, Stefano Benigni, Claudio Pedrazzini, Laura Ravetto e Guido Della Frera e i senatori Massimo Vittorio Berruti, Paolo Romani, Gaetano Quagliariello, Luigi Vitali. Mancherebbero per ora i numeri per formare nuovi gruppi parlamentari ma soprattutto al Senato voti in più sui provvedimenti in bilico farebbero comodo a Matteo Salvini. 
 

Buongiorno onorevole Manuela Gagliardi. Lei sta con Toti senza se e senza ma?

«La mia esperienza politica nasce con il presidente Toti e proseguirà con lui, senza alcun dubbio. Credo fin dal primo giorno nella sua visione di centrodestra. Del resto abbiamo vinto dove sembrava impossibile: in Liguria, a Savona, Genova, Spezia e Sarzana... Sarà così anche in Italia».

Il 19 giugno Berlusconi nomina Toti coordinatore di FI insieme a Mara Carfagna. Il 1º agosto Berlusconi nomina un nuovo coordinamento ed esclude Toti che sbatte la porta e se ne va. Detta così, sembra una questione personale. Che cosa c’è dietro?

«Toti ha tentato fino all’ultimo di risvegliare dal torpore autoassolutorio un partito agonizzante: dopo un mese è stato messo alla porta, senza avere la possibilità di proporre le sue idee, figurarsi di realizzarle. Non sarà ora corresponsabile di un suicidio assistito da tanti signorsì. Lo dobbiamo a noi stessi ma soprattutto al Paese che ha enorme bisogno di una nuova forza moderata che possa dare ancora più spinta propulsiva al centrodestra e ai nostri alleati».

Da consigliere politico e possibile delfino di Berlusconi nel 2014 a fuoriuscito da Forza Italia nel 2019: perché lei è certa che quella di Toti non sia una parabola discendente?

«Toti in questi anni ha conquistato quasi la totalità della Liguria, regione storicamente rossa, dimostrando di essere un ottimo amministratore: concreto, lungimirante e dotato di una grande visione politica. Un ligure su due conferma costantemente la fiducia nel governatore e nel suo modello di centrodestra, questa è la realtà dei fatti. Se Forza Italia riuscisse a rappresentare efficacemente quei milioni di italiani oggi senza bandiera, sarebbe l’uomo più felice del mondo. Non è così, e la classe dirigente asfittica di un partito asfittico non se ne vuole rendere conto: lo faranno gli italiani».

‘Cambiamo!’ è il nome del nuovo movimento di Toti, che a settembre parte per un tour in 13 regioni. Convinta che ci sia spazio per un nuovo partito nel centrodestra?

«Lo spazio è enorme e urla a una bandiera che non c’è. Una volta c’era il Pdl al 40% e la Lega al 4%, oggi è il contrario: eppure dentro Forza Italia raccontano che tutto va bene. Il tour servirà proprio a far conoscere il progetto di Toti a tutti gli italiani, anche se già in questi giorni i telefoni sono impazziti di sms e chiamate da amministratori civici o fuorusciti dai partiti che vogliono partecipare a questo percorso. L’Italia che produce, le piccole e le medie imprese oggi tartassate, i moderati e i liberali italiani chiedono disperatamente questa rappresentanza: non è Toti a muoversi, siamo quasi trascinati da questa richiesta».

Dalla clamorosa vittoria in Regione Liguria nel 2015 a oggi la vita politica di Toti e dei totiani è indissolubilmente legata all’alleato Lega. Salvini ha eroso l’alleato politico storico Forza Italia e pure l’alleato di governo 5 stelle. Punta sempre di più a un consenso che lo renda autonomo. Perché la stessa fine non dovrebbe farla la neoformazione totiana?

«La Liguria è il laboratorio ideale: l’area che fa riferimento a Toti è stabilmente al 15% e oltre. Siamo alleati fedeli alla Lega, senza esserne subalterni: un cocktail che arricchisce entrambi, anche in una sana competizione elettorale da alleati e mai nemici. Non crediamo a un contenitore moderato buono da una parte o dall’altra a seconda della tornata elettorale ma a un centrodestra ricco di diverse anime e sfumature, alla quale non può più mancare la nostra. Squadra che vince non si cambia».

Maurizio Lupi sembra orientato a stare con Silvio. In Liguria c’è Andrea Costa, alleato essenziale in Regione e sul territorio, come alla Spezia. Non c’è il rischio che sul braccio di ferro nazionale vadano perse le conquiste locali?

«Non ho notizie che a oggi Lupi abbia aderito alla federazione lanciata da Berlusconi. In ogni caso a livello locale osserviamo dinamiche consolidate e mi pare che lo stesso Andrea Costa abbia chiarito che il suo movimento Liguria Popolare abbia una dimensione regionale e sia svincolato dalle dinamiche nazionali. Governiamo serenamente in tutte le città che abbiamo strappato al centrosinistra: il tema non è cosa si potrebbe rompere in Liguria, ma replicare questo modello vincente in Italia».

Nel 2020 elezioni regionali. Nel 2015 fu quasi un miracolo battere il Pd. Adesso vincere per Toti diventa una necessità. I numeri ci sono o alla fine l’unico vincitore anche in Liguria sarà la Lega?

«La Lega è un alleato fedele e fortissimo, ma dove quel grande tessuto moderato e liberale è rappresentato degnamente, come in Liguria con gli arancioni, si crea naturalmente un modello virtuoso di centrodestra. Insieme governeremo e bene altri cinque anni, essenziali l’uno per l’altro».

Il candidato alla presidenza sarà di nuovo Toti?

«Sì».

Lei resta alla Camera nel gruppo FI o ci sono le forze per un gruppo autonomo?

«Il progetto che stiamo costruendo non nasce come operazione di palazzo, ma come risposta a un’esigenza sempre più diffusa in Italia: abbiamo obiettivi di breve termine molto più importanti della costituzione dei gruppi parlamentari. Tanti deputati e senatori si sono avvicinati al progetto di Toti, come tantissimi amministratori locali e l’esperienza esplosiva e inaspettata dei duemila del Brancaccio ne è la dimostrazione. Decideremo insieme quando sarà il momento di compiere questo o altri passi, ma sono oggi l’ultimo dei nostri pensieri».

Appoggiando l’uscita di Toti, lei ha detto, all’indirizzo di Silvio, che ‘tenersi stretti i signorsì è il metodo più veloce per arrivare all’estinzione: non faremo la fine dei dinosauri”. Che fine si immagina per Toti? Una leadership nazionale?

«Non la immagino io, ma gli italiani: storicamente hanno sempre cercato un leader che sapesse unire e non dividere, guardando al centrodestra come naturale area politica di crescita e di sviluppo del futuro. Questo identikit oggi sembra cucito su misura sull’immagine di Giovanni Toti».