Rosa Cilano, moglie di Aldo Revello, skipper del Bright

La Spezia, 8 novembre 2018 - Rosa Cilano – moglie dello skipper Aldo Revello dato per disperso dal 2 maggio in Atlantico insieme ad Antonio Voinea dopo l’Sos-lampo a mezzo-epirb lanciato dallo yacht Bright – non si arrende e implora verità. Lo fa con un nuovo appello a mezzo Facebook ad eventuali testimoni della presunta collisione dello yacht con un cargo che incrociava la rotta a 330 miglia ad Est delle Isole Azzorre e a 410 miglia da quelle portoghesi, alle 15,48 di quel giorno maledetto.

La nuova mossa è quella dell’indicazione di un indirizzo mail sayaboutbright@libero.it cui far pervenire le testimonianze, possibilmente da parte di persone identificabili ma, se ciò le esponesse troppo sul piano dei rischi, anche anonime. Tutto ciò accompagnato la parole accorate scritte in inglese e dirette ai membri di equipaggio della nave. I primi effetti non si sono fatti attendere.

E ciò è avvenuto con evidenza pubblica, sempre su Facebook, anche questa volta, però, con un profilo falso, creato ad arte, Aldo Antonio, accompagnato dalla foto di una barca a vela. Parole da prendere con le pinze ma che confermano lo scenario della collisione, là dove il soggetto si accredita come ben informato e chiede di lasciare stare l’equipaggio. Ma c’è di più, nel post arriva al punto di fare nome e cognome del comandante della nave-pirata, addebitando a lui l’esclusiva responsabilità dell’accaduto. Arriva al punto anche di fornire il suo numero di telefono. C’è chi gli ha poi chiesto delle prove documentate. Il dialogo virtuale era ancora in corso mentre scriviamo.

Alla luce del nuovo appello di Rosa, gli interrogativi sono logici: l’invito a persone informate sui fatti a farsi avanti (anche in forma anonima) è concordato con gli investigatori? O è una mossa in avanti, dettata dalla disperazione, perchè dal fronte investigativo, al netto del segreto istruttorio che impone riserbo, a Rosa non arrivano le rassicurazioni di impegno che auspica, anche sul piano strettamente umano? Di certo il cargo il cui nome compare negli esposti agli atti della Procura di Roma da una decina di giorni è fermo in rada in un porto del Senegal. Un fermo conseguenza di accertamenti in corso? La Procura di Roma tace. Mentre il caso è attenzionato dalle autorità di Hong Kong, la cui bandiera svetta sulla poppa del cargo. Ma non è chiaro se per stanare le fonti anonime ritenute dei millantatori e, ritenendo queste comunque meritevoli di vaglio, per procedere sulla compagnia e, in particolare, sul comandante filippino. Insomma, il giallo è quanto mai aperto.

Corrado Ricci