Kobe Bryant e la figlia in un'opera realizzata nelle Filippine
Kobe Bryant e la figlia in un'opera realizzata nelle Filippine

Firenze, 29 gennaio 2020 - «Tira dentro il gomito, Kobe. Vedrai la palla gira meglio e segni". "Ma che dici? Parli te che non fai mai canestro...". E per dare sostanza alla bieca provocazione una sfida da tre punti, il suo marchio di fabbrica. Risultato? Lui è diventato una leggenda del basket mondiale, io un semplice cronista sportivo.

Teatro della sfida l’attuale Mandela Forum che all’epoca si chiamava Pala Giglio e ospitava le partita casalinghe della Neutro Roberts e JJ Anderson era l’idolo della pallacanestro di casa nostra, tenendo testa agli eroi viola del pallone. Capitava spesso che Firenze giocasse amichevoli infrasettimanali con la Maltinti e che Joe Bryant – stella di Pistoia – si portasse dietro quel ragazzino che aveva l’ossessione per la palla arancione.

Era il 1988. Il primo contatto tra Firenze, il Mamba e me si è consumato così. Quasi per caso, come nascono le favole. Ma è stata tutta colpa di JJ Anderson se Kobe ha continuato a frequentare Firenze, per l’amicizia che legava papà a JJ. Colpa di un’intesa tutta a stelle e strisce tra i giocatori forestieri della ’Spaghetti League’.

Stranieri che arricchivano di talento le squadre italiane, nell’era in cui Bosman e la sua sentenza non avevano ancora sconvolto lo sport professionistico e gli stranieri per squadra erano ancora due. La maggior parte arrivavano da oltre Oceano ed era normale che facessero comunità tra loro.

Altrettanto normale che Kobe avesse come ossessione la pallacanestro e ogni momento era buono per mettere il pallone in terra e sfidare gli amici. Quegli amici conosciuti al Camp di Cutigliano, tra una partenza incrociata e una sequenza di tiri sotto il solleone. "Ma questo gomito Kobe?". "Ancora con questa storia", lasciando andare un sorriso che avrebbe contagiato il mondo.

. "Non ti è bastata coach la lezione?" Evidentemente no, ma vederlo giocare al Campino del Ponterosso, il tempio della palla al cesto gigliata sulle sponde del Mugnone, era una poesia anche se la figura dell’allenatore era quasi inutile. Ma cosa vuoi insegnare a Kobe Bryant anche se a 10 anni e bucava la retina da consumato artista del parquet.

Parquet? Troppo impegnativo chiamarlo così. Il Campino dove generazioni di fiorentini hanno imparato a giocare a pallacanestro era in gomma. Era perché non c’è più; sacrificato alla logica dei parcheggi ad ogni costo. Provare per credere, basta fare un giro passando dalle Cure. Forse anche per questo la serie A a Firenze resta un miraggio. Ma questa è un’altra storia.

La nostra racconta un fenomeno diventato leggenda. Si vedeva che il piccolo Kobe aveva le stimmate del predestinato. Era un ragazzino in missione, uno che non si accontentava di giocare con gli amici. Il suo scopo era andare oltre i limiti, sfidando tutto e tutti, con un’ossessione per la vittoria. Non si accontentava, voleva vincere anche la pigrizia per tendere alla perfezione. Ecco perché quelle ripetute di tiro erano infinite e tendevano alla solitudine. Quella di un bambino diventato uomo in fretta per amore del gioco.

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