Non solo grande bellezza. Firenze e i misteri irrisolti

Il conte Di Robilant, tracce biologiche e l’arma dell’assassino mai ritrovata. Al Ponte Rosso un altro nobile strangolato. Coli, c’è un dna ma è di un ignoto.

Non solo grande bellezza. Firenze e i misteri irrisolti

Non solo grande bellezza. Firenze e i misteri irrisolti

FIRENZE

Alvise Di Robilant. Gianfranco Cuccuini. Piero Fagioli. Sono forse i più noti, di una lista di persone delle più disparate estrazioni sociali, accomunate da un destino assassino. Di più: legate dal mistero che chi ha sferrato botte fatali, chi ha stretto le mani intorno al collo, chi si è accanito con una lama, l’ha finora fatta franca.

Non solo l’enigma del mostro. Firenze porta con sè una lunga striscia di delitti irrisolti. Magnificienza fuori, atrocità dentro.Come se fosse il prezzo da pagare per la grande bellezza. Così, mentre la squadra mobile lavora notte e giorno per risolvere il giallo di via De Pinedo, ecco che riaffiorano vecchie storie di delitti irrisolti. Cold case. Vicende lontane sotto tutti i punti di vista, anche quello investigativo. Oggi, tra tecnologia e scienza, questi assassini forse non sarebbero così inafferrabili. Tra qualche settimana, ricorre il 27esimo anniversario del delitto di via della Vigna. Alvise Di Robilant, discendente di uno dei più illustri casati d’Italia, venne trovato morto nella sua bella dimora. Venne ucciso con un oggetto che non sarà rinvenuto in quella casa. Ha avuto probabilmente un rapporto con il suo assassino, visto che nelle stanze dove qualcuno aveva suonato il pianoforte è stato trovato dello sperma. Ai giorni nostri, da quel reperto biologico si potrebbe ricavare molto.

Ma allora, no. Tre anni dopo, un altro dal sangue blu venne trucidato in circostanze oscure. Il conte Aldebrando Rossi Ciampolini, nel suo pied a terre al Ponte Rosso, annodato al collo non aveva la cravatta ma il cavo del telefono. Chissà quanto potrebbe dire agli inquirenti quell’insolita arma del delitto.

E Cuccuini? Il geometra in pensione di Sesto Fiorentino, vendeva oggetti d’arte sacra alla libreria Manuelli di via del Proconsolo. Venne massacrato di coltellate lì dentro, mentre la città si metteva in moto di primo mattino. Era il 24 marzo 1995 e le telecamere a protezione dei negozi non erano diffuse come oggi. Magari ne avesse avuta una anche Piero Fagioli, il gioielliere che uscendo dal suo laboratorio di via Giacomini andò incontro a un massacro. Sono passati più di vent’anni.

Era infine il 2010 quando Gianni Coli e la madre Bruna vengono massacrati nel loro appartamento in via della Casella. Del killer esiste un dna, ma in assenza di una banca dati, resta quello di un ignoto. Almeno per ora.

ste.bro.

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