Uno scorcio di Capo Verde. Nel riquadro, David Solazzo
Uno scorcio di Capo Verde. Nel riquadro, David Solazzo

Firenze, 5 agosto 2020 - Un silenzio lungo quasi 15 mesi sulla morte di David Solazzo, 31 anni, il cooperante fiorentino della onlus ‘Cospe’ di via Scipio Slataper, trovato nel sangue il 1° maggio dell’anno scorso a Capo Verde. Ma dalla procura di Roma – dove il pm Erminio Amelio ha aperto un fascicolo per omicidio volontario – rimbalza la notizia dell’arrivo di almeno alcuni documenti richiesti da Piazzale Clodio alla procura di Sao Felipe, cittadina principale dell’isola di Fogo, tramite una rogatoria. La magistratura capitolina, in particolare, aspettava (o ancora aspetta) l’esito documentale, dettagliato e fotografico dell’autopsia – ipotizzata la morte per dissanguamento per la recisione di tre vasi sanguigni sul braccio destro – i rilievi della polizia locale, l’analisi della messaggistica, anche whatsapp sul cellulare della vittima, sul computer e sulla macchina fotografica del cooperante. Insomma: sia pure a fatica e in tempi abbastanza lunghi, ma sarebbe stato fatto qualche passo in avanti per tentare di svelare il mistero.

Solazzo fu trovato davanti alla casa bungalow, coi segni di profonde ferite alle braccia. A Capo Verde hanno pensato a una morte accidentale, un ‘tragico incidente domestico’. Ma molte circostanze non tornano. David era stato con una collega a una festicciola fino a poco prima, era prossimo a rientrare in Italia, niente lo turbava. E la casa ‘parla’: tracce di sangue nel bagno, i vetri di una finestra frantumati, un disordine sospetto. Ecco perché la famiglia di David, assistita dall’avvocato Giovanni Conticelli, non si è mai data per vinta di fronte all’indagine delle autorità capoverdiane.

Però lo stesso Conticelli precisa che "al momento non ci risulta alcuna novità, ma non ho elementi certi. Non sono in grado di confermare quanto è apparso sull’invio da Capo Verde di nuovi atti diversi dall’autopsia". Lo stesso legale, in una intervista parlando di "stallo che va al di là dei normali tempi di indagine" non ha esitato a dire che "si rischia un secondo caso Regeni" e ha rinnovato la richiesta di un intervento politico-diplomatico per favorire la collaborazione tra magistrati. A lungo le autorità locali non hanno collaborato con quelle italiane, né con la famiglia, che ha incaricato un avvocato del posto e ha chiesto, tramite le ambasciate, di avere accesso ai reperti sequestrati. "Non è vita. Abbiamo bisogno di sapere qualcosa sulla morte di David. La versionedata non ci convince. Mio fratello era mancino. Non avesse voluto entrare nell’appartamento rompendo il vetro, come sostengono gli investigatori locali, non avrebbe usato il braccio destro, ma il sinistro. Inoltre aveva con sé le chiavi".