di Paola Fichera La città d’arte si interroga. Finita per ora (e per chissà quanto altro tempo) la stagione dei milioni di turisti all’assalto del divertimentificio rinascimentale che ne sarà di Firenze? Il centro storico deserto senza turisti, ma soprattutto senza fiorentini, ha rivelato il suo lato debole e insostenibile. Firenze deve cambiare. Come? La prima indicazione arriva dalla docente di Sociologia dell’ambiente e del territorio dell’Università di Firenze Annick Magnier: "Il peso della filiera turistica sul Pil della provincia di Firenze arriva soltanto all’8 per cento – spiega – riflettere sulla città...

di Paola Fichera

La città d’arte si interroga. Finita per ora (e per chissà quanto altro tempo) la stagione dei milioni di turisti all’assalto del divertimentificio rinascimentale che ne sarà di Firenze? Il centro storico deserto senza turisti, ma soprattutto senza fiorentini, ha rivelato il suo lato debole e insostenibile. Firenze deve cambiare. Come?

La prima indicazione arriva dalla docente di Sociologia dell’ambiente e del territorio dell’Università di Firenze Annick Magnier: "Il peso della filiera turistica sul Pil della provincia di Firenze arriva soltanto all’8 per cento – spiega – riflettere sulla città d’arte significa valutare l’importanza del 92 per cento che non vive di turismo e dargli voce e visibilità. Significa discutere della città in un altro modo e adottarne un’altra visione. Servono politiche pubbliche diverse e mirate alla crescita della città nel suo complesso". Del resto – riflette la docente – i comuni del primo hinterland sono risorti negli ultimi anni sia per i servizi che per le attività culturali. Non si può più dire che si produce arte a Firenze solo all’interno dei viali di circonvallazione". Perché allargare gli orizzonti economici e produttivi della città è l’antidoto certo contro la ghettizzazione da turismo che finisce per limitarne la crescita alla moltiplicazione della rendita tutta concentrata nel centro storico.

Resta l’attuale desertificazione del centro e la necessità di riportare i fiorentini a viverci. "In altri paesi europei hanno scelto soluzioni drastiche – spiega Magnier – a Madrid sono state fatti grandi investimenti pubblici. Il Comune ha affittato le case dai proprietari privati a un prezzo più basso di quello turistico, ma più alto rispetto a quello residenziale e poi ha riaffittato ai madrileni. Lisbona ha seguito una strada simile. Parigi ha investito sul controllo: chi affitta per più di tre mesi l’anno subisce un sistea fiscale più rigido e oneroso".

Parte da una riflessione diversa il direttore del Centro studi turistici Alessandro Tortelli. "Non è Firenze che ha inventato gli Airbnb – mette le mani avanti – ma l’andamento del mercato. Nel momento in cui per molti proprietari è diventato più conveniente affittare su airbnb che a possibili residenti è nata la piattaforma". Anche perché "non è solo questione di maggior reddito, ma anche di certezza della proprietà – insiste Tortelli – i famosi contratti 4+4 non hanno garantito al proprietario di rientrare in possesso dell’immobile". La pandemia cambierà anche il turismo per molto tempo e l’occasione è preziosa per far tornare la residenza in centro. Come? "Lavorando su due fronti. Dal punto di vista turistico bisogna abituarsi a una diversa gestione dei flussi turistici ed è infatti su questo che l’amministrazione comunale sta già lavorando. Poi serve una riorganizzazione del centro storico che risponda a una domanda diversa rispetto a quella turistica. Servono incentivi per i proprietari di appartamenti e il centro riorganizzato per le esigenze dei residenti. Un esempio: con milioni di turisti uno dei servizi più richiesti è la ristorazione, ma ai residenti serve altro".