Daniel Pennac è stato ospite di Aspettando Leggenda a Empoli
Daniel Pennac è stato ospite di Aspettando Leggenda a Empoli

Empoli, 13 aprile 2019 - Dalla sua esperienza catastrofica sui banchi, da studente, alla passione per il suo lavoro di docente. In mezzo, personaggi, libri scritti e letti, uno spaccato di vita. Chi si aspettava di ascoltare un autore intento a parlare della sua opera è rimasto deluso. Daniel Pennac, l'altra sera, ha offerto alla fittissima platea del PalaExpo di Empoli e a chi, nonostante la pioggia, ha raggiunto il cinema La Perla, una chiacchierata, nel senso più bello della parola. A tratti comica, intensa, mai banale.

Stando ben alla larga dallo ‘scivolosissimo’ affaire Battisti, Pennac sale sul palco alle 21.15. Dal pubblico, applausi, sorrisi e lunghi silenzi a sottolineare un’attenzione da incontro raro, «da non crederci» come ammesso dal sindaco Brenda Barnini in apertura di serata. La palla passa subito all’ospite d’onore sul palco con Massimiliano Barbini e la spalla-traduttrice. «Sì, perché sono un grande autore, ma un vecchio cretino che non sa parlare italiano», il benvenuto di Pennac, pronto ad aprirsi ad 'Aspettando Leggenda'. Fin dai tempi del collegio, dove «era proibito leggere» e lui lo faceva «con la torcia, sotto le coperte, la sera». Tra le mani ‘I tre moschettieri’.

«Di giorno, scrivevo immaginando cosa avesse pensato l’autore, nel letto poi confrontavo le storie e quella di Dumas era la migliore». La morale? «Se volete che i vostri ragazzi leggano, proibiteglielo assolutamente». Impossibile non sorridere, ascoltando del «piacere immenso al solo pensiero che leggerò» e della posizione preferita libro alla mano, «quella di mio padre, su una vecchia poltrona, una piccola luce, la pipa». Convinto che «la scrittura è la memoria dell’umanità» e che sia importante «abituarsi a imparare i testi a mente non per recitarli, ma per saperli tutta la vita», Pennac affronta pure la paura, nemica degli studenti. «La provavo di fronte alle domande degli adulti - confessa –. Ecco, il primo problema pedagogico che si pone ad allievi, genitori e professori si chiama paura. Finché c’è, il sapere non passa». E’ un freno come «le sensazioni provate alla morte di mio fratello: volevo scrivere ma non riuscivo a ricordare le cose. C’era spazio soltanto per il dolore».

Samanta Panelli