Dante, uomo attuale. "Il suo linguaggio antico? No, è usato da noi anche per le parolacce"

Il linguista Patota: "Lo zoccolo duro del nostro idioma si trova già nella Commedia. La maggior parte di quel che diciamo e scriviamo, lo abbiamo in comune con lui"

La statua di Dante in piazza Santa Croce a Firenze

La statua di Dante in piazza Santa Croce a Firenze

Firenze, 30 marzo 2024 – Croce e delizia di generazione di studenti Dante rappresenta ancora oggi una pietra miliare della letteratura ma anche, paradossalmente, del linguaggio comune, con alcuni versi diventati proverbiali e che continuano a influenzare il linguaggio comune, compreso quello dei giovani.

Con una accezione non negativa fra l’altro, in alcuni casi, per le parolacce. In ogni caso una presenza più che mai attuale quella del Sommo Poeta come rileva il professor Giuseppe Patota, ordinario di Linguistica italiana all’Università di Siena, intervistato dall’Agenzia Dire in occasione del Dantedì, la Giornata nazionale dedicata a Dante, istituita da Consiglio dei ministri e ministero della Cultura.

Professore, perché ancora oggi dobbiamo essere orgogliosi di essere gli eredi della lingua di Dante?

"Lo zoccolo duro della nostra lingua è la lingua di Dante. La maggior parte di quello che diciamo e scriviamo noi lo abbiamo in comune con lui. Questa affermazione nasce da dati statistici elaborati da un grande linguista come Tullio De Mauro, il quale ha dimostrato che quando Dante cominciò a scrivere la sua Divina Commedia, all’inizio del Trecento, il vocabolario fondamentale dell’italiano era composto per poco più del 60%; quando Dante aveva finito di scriverla, invece, quello stesso vocabolario era ormai formato per oltre l’80%. Il vocabolario fondamentale dell’italiano è un insieme di circa 2mila parole, poche, con cui noi oggi produciamo oltre il 90% dei nostri testi parlati e scritti. Bene: 1.600 circa di queste 2mila indispensabili parole le abbiamo in comune con Dante".

Il professor Giuseppe Patota
Il professor Giuseppe Patota

Ma quanto Dante c’è, effettivamente, ancora oggi nell’italiano attuale?

"Alcuni versi di Dante sono diventati proverbiali. ‘Nel mezzo del cammin di nostra vita’: chi non conosce questo verso? Qualche volta accade che i versi di Dante vengano storpiati o trasformati, per esempio: ‘Non ragioniam di loro ma guarda e passa’ con cui Virgilio esorta Dante a non dare troppa importanza agli ignavi, color che vissero ‘sanza infamia e sanza lodo’, diventa ‘Non ti curar di lor ma guarda e passa’. Pensiamo, ancora, a ‘e caddi come corpo morto cade’, il verso con cui si conclude il V Canto dell’Inferno, in cui Dante, dopo aver sentito da Francesca la storia di lei e di Paolo, racconta di essere svenuto. Sono versi che ormai fanno parte della nostra cultura e della nostra lingua. Aggiungo un altro particolare e poi ‘mi taccio’, sempre per usare un dantismo. Ci sono personaggi rimasti celebri nella storia della cultura italiana perché li ha immortalati Dante: Paolo e Francesca, Pia de’ Tolomei, il conte Ugolino, Farinata degli Uberti, tutti personaggi realmente esistiti che probabilmente avrebbero avuto qualche citazione nelle opere dei cronisti, ma la loro fama si sarebbe fermata lì. Invece sono diventati famosi proprio grazie a Dante".

Dante e le parolacce…

"Dante è ricorso al turpiloquio perché nella Divina Commedia sperimenta sia l’altissimo sia il bassissimo: l’altissimo nel contatto con la luce di Dio, il bassissimo nel contatto con Lucifero, principe del male. Dante sperimenta tutte le possibilità della sua lingua materna; nel registro basso, naturalmente, ci sono anche le parolacce. Una cosa che mi ha sempre fatto sorridere, leggendo le parafrasi presenti nei testi destinati alla scuola, è che se Dante adopera la parola ‘puttana’, quella parola nella parafrasi diventa ‘prostituta’. È un controsenso: Dante ha tutte le intenzioni di usare la parola ‘puttana’. Nel suo caso non possiamo evocare il ’politicamente corretto’ perché questa cultura gli era totalmente estranea. Era un uomo che ha scritto queste cose più di 700 anni fa".

Volendo attualizzare Dante, che avrebbe pensato del linguaggio dei giovani di oggi?

"Dante è stato uno straordinario innovatore; ha creato un’infinità di neologismi, noi li chiamiamo ‘dantismi’, nella Divina Commedia ha dato prova di plurilinguismo e pluristilismo. Ci sono dei luoghi della Commedia in cui a versi italiani si alternano versi latini, c’è un’intera sequenza di versi in provenzale, perfino tentativi di lingue inventate: per esempio Nembrot, il gigante che aveva istigato gli uomini alla costruzione della Torre di Babele, parla, per contrappasso, una lingua fatta di parole incomprensibili, che solo lui può capire, essendo stato la causa della confusione linguistica. Il famoso verso ‘pape Satàn aleppe’ contiene parole trasformate dall’ebraico. Insomma, se dovessi rispondere giocosamente alla domanda, direi che Dante non si sarebbe scandalizzato per un linguaggio innovativo".