Firenze, 9 marzo 2021 - “Oggi tutti diciamo di voler tornare a quella che chiamiamo ‘normalità’, riferendoci al modo in cui vivevamo prima della pandemia, Ma se accadesse davvero, sarebbe un disastro per la società e per il mondo”.
Lapidario, il professor Ambrogio Santambrogio, docente ordinario di sociologia al Dipartimento Scienze politiche dell’Università di Perugia, che interpelliamo, a un anno esatto dall’inizio del lockdown che ha stravolto la vita degli italiani e del mondo intero.

Il professor Ambrogio Santambrogio, sociologo

Perché, professore, sarebbe un disastro?

”Perché dopo ciò che abbiamo vissuto e sofferto nell’ultimo anno, sarebbe suicida tornare in tutto e per tutto com’eravamo. Ciascuno vorrebbe che la pandemia scomparisse, ma penso che  nessuno nel proprio intimo aspiri a tornare allo stato di allora”.

Ne è sicuro?

”Gli ultimi 12 mesi hanno convinto tutti che prima della pandemia vivevamo alcuni rapporti 'forzati' con il mondo e con gli altri uomini e che non è affatto il caso di riesumarli”.

Quali rapporti?

”Quelli connessi alla globalizzazione, ai consumi e quindi all’economia. E la relazione che sta alla base di ogni altra, ossia quella dell’uomo con l’ambiente. Da sociologo dico che l’impoverimento dell’ambiente è conseguenza dell’impoverimento dei rapporti fra uomini. E che per cambiare il primo vanno cambiati i secondi”.

Più generosità, minori pretese fra uomini, miglioreranno pure l’ambiente?

”L’uomo ha percepito che il vaccino potrà debellare il covid-19, ma anche che il farmaco da solo non basta. E se tornassimo al punto da cui proveniamo si profilerebbero all’orizzonte pandemie sempre nuove”.

Lo slogan esposto a balconi e finestre nei primi giorni del lockdown

Cos'ha compreso la collettività, in quest'ultimo anno? 

"Ho la sensazione e la speranza che abbia acquisito la consapevolezza del valore del welfare e il significato del divario fra chi ne è garantito e chi no. La consapevolezza delle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro, le sperequazioni al suo interno, la progressiva mancanza di occupazione. E dei pericoli derivanti dallo sfruttamento senza limiti della natura".

Quindi?

”Quindi forse abbiamo capito che la pandemia è conseguenza dei problemi contenuti da quella che definiamo ‘normalità’ di ieri. E per non ricaderci, è auspicabile che ognuno si convinca di contribuire per quanto possibile a cambiare il mondo”.

 Non si direbbe, a giudicare dalla movida che continua imperterrita, dalle mille trasgressioni ai divieti.

”Mi limito a osservare il comportamento degli italiani. Siamo 65 milioni e stiamo partecipando alla più grande azione collettiva che il paese abbia affrontato in 160 anni di vita. Lo ha fatto con grande disciplina, accettando la quarantena con azione grandiosa e inattesa. Al semaforo rosso, 999 si fermano, uno su mille che passa, purtroppo, c’è. E’ normale che gli adolescenti vogliano uscire, divertirsi, ballare, fare sport, ma la risposta collettiva molto compatta è stata importantissima. Assieme a un altro aspetto”.

Quale?

”La consapevolezza dell’importanza del lavoro di medici, infermieri, volontari, al di là di certi, comprensibili errori. L'apprezzamento della cura come lavoro è un grande segnale". 

I successi della medicina che si profilano, seppur a carissimo prezzo di vite e risorse anche nel campo del covid-19, confermano l’illusione delle generazioni occidentali del dopoguerra: nulla di irrimediabile, definitivamente drammatico potrà mai capitare..

”E’ l’illusione della generazione dei boomers alla quale io stesso appartengo. Per chi la pensava così, la pandemia rappresenta un estremo richiamo alla realtà. I problemi contro i quali l’Italia sta lottando - covid a parte - preesistevano al virus. E c’era la sensazione che nessuna guerra ci avrebbe mai colpiti e nessuna malattia si sarebbe rivelata incurabile. Ora abbiamo visto il rischio e la morte in faccia, dovremmo aver capito che quelli di ieri erano problemi seri e reali”.

Come vede il presente?

”Il ministro Speranza dice che siamo all’ultimo miglio e che è assurdo buttar via tutto ciò che abbiamo sofferto e costruito. Merita seguirlo”.

Pensa che in futuro saremo più essenziali, meno futili?

”Spero di no: la leggerezza, la levità fanno parte della vita. E si potrà coltivarle anche avendo chiara la necessità del cambiamento che ci aspetta . Dovremo cambiare l’Italia e il mondo non per quello che la pandemia ci ha portato, ma per i problemi che hanno prodotto la pandemia. Se avremo questo concetto ben in testa, vengano pure momenti di futilità”.