Firenze, 2 aprile 2015 - POVERA Irene Focardi. Devastata dalle bòtte e dall’alcol in vita, dimenticata in morte e, soprattutto, sottovalutata da quella giustizia che l’avrebbe dovuta proteggere. Il caso di Irene Focardi e del suo compagno picchiatore Davide Di Martino nasce male fin da subito e non poteva che finire in questo modo drammatico. Molteplici i segnali d’allarme che, in questa storia, non sono stati ascoltati. Con una domanda, terribile, che rimbomba nella testa di molti: se Irene, invece di essere la donna borderline che era, fosse stata una brava e rispettata madre di famiglia, avrebbe avuto la stessa dignità in vita e soprattutto in morte da parte di chi l’avrebbe dovuta proteggere e tutelare? Una domanda che porta con sé tanti punti oscuri e, purtroppo, fa emergere alcune sottovalutazioni. Tanti parlano di femminicidio, dei modi per combatterlo e prevenirlo, ma la storia di Irene Focardi è il compendio di quello che non si deve fare. Ed ecco perché.

PRIMO punto fondamentale: Di Martino doveva, e sottolineiamo doveva, stare in carcere. E’ il 7 marzo 2014 quando il pm Ornella Galeotti scrive la richiesta di convalida dell’arresto e di applicazione della misura cautelare per il reato di maltrattamenti sulla Focardi, per cui Di Martino sarà condannato a 3 anni e 9 mesi: «L’indagato – si legge – presenta inequivocabili sintomi di pervicacia a delinquere... Appare assai verosimile che il medesimo, se lasciato in stato di libertà, commetta ancora fatti analoghi a quello per cui si procede... La custodia in carcere è misura adeguata a soddisfare le esigenze cautelari, alla luce della delineata personalità dell’indagato e della sua condotta (tali da rendere assai probabile la reiterazione di ulteriori comportamenti delittuosi in stato di libertà), e quindi l’applicazione di una misura meno afflittiva sarebbe assolutamente inidonea, e a evitare che il medesimo reiteri gravi reati contro la persona». Parole che, lette ora, fanno venire i brividi. E’ marzo, ma Di Martino (nella foto) ha già picchiato più volte a settembre 2013 la Focardi che, minacciata, ritira la querela a dicembre. Verrà picchiata in modo devastante più e più volte. Fino, appunto, al marzo 2014, quando i carabinieri la trovano esanime nel palazzo di Di Martino in un lago di sangue. Lui viene arrestato ma i carabinieri non procedono per maltrattamenti. Lo farà il pm Galeotti, che ottiene il carcere e la condanna in primo grado a tre anni e 9 mesi.

DI MARTINO resta in cella fino ad agosto scorso, quando ottiene i domiciliari da cui risulta evadere già due volte in settembre (e anche su questo ci sono fascicoli aperti). E picchia Irene, la picchia senza fermarsi mai. La picchia il 7 settembre, la picchia il 12 novembre, la picchia il 13 dicembre. Ogni volta in modo bestiale, con 30 giorni di prognosi per la ragazza. Perché lei, patologicamente attratta da lui e dalla bottiglia (non necessariamente in quest’ordine), va a trovarlo ai domiciliari anche se non potrebbe, anche se lo chiede all’avvocato. L’aggressione del 7 settembre, però, non spinge la procura a chiedere il carcere per un uomo al quale i domiciliari non servono. Nessun aggravamento della misura, quindi, l’avviso di fine indagini della procura finisce fra un milione di altri atti.

IRENE corre verso il suo destino e nessuno la protegge né da Di Martino né da se stessa. Torna da lui il 3 febbraio scorso e sparisce nel nulla. Solo il 6 scatta l’allarme e viene svolta una prima ‘ricognizione’ a casa dell’uomo. Solo il 13 gli atti della sparizione arrivano in procura e assegnati al magistrato di turno che si chiama, ironia del destino, Focardi (e Focardi si chiama anche la patologa che farà l’autopsia). Nelle stesse ore un testimone, che poi cambierà versione, dice di aver visto Irene alla Coop delle Piagge con i vestiti del giorno della scomparsa e, contemporaneamente, l’anziana madre della donna riferisce che Irene era solita allontanarsi per giorni da casa. Non era del tutto vero neanche questo: Irene, quando per la mamma «spariva», andava a dormire da Di Martino. Il quale cerca di allontanare i sospetti da sé gettando fango sulla Focardi, dicendo che aveva altre relazioni. Questi segnali, uniti al triste ma sostanziale dettaglio di un’esistenza borderline, fanno pensare gli inquirenti a un allontanamento volontario. Non sarebbe cambiato niente, Irene è già morta. Passano i giorni, c’è una vera perquisizione a casa dell’uomo intorno al 20, ma non salta fuori nulla. Eppure Irene è in quel palazzo, morta, in qualche scantinato. Solo il 13 marzo, un mese e dieci giorni dalla scomparsa, della povera Irene Focardi vengono informati i media, anche per sperare in un avvistamento. Silenzio assoluto. Ormai si cerca solo un cadavere.