L’imam Zejnullah Sadiki, macedone
L’imam Zejnullah Sadiki, macedone

Grosseto, 16 aprile 2019 - Sospettato di fare proselitismo in favore dell’Isis attraverso il suo ruolo di imam che ricopriva nella comunità islamica grossetana, ma non solo in questa. Per questo Zejnullah Sadiki è stato prelevato nella sua abitazione dagli uomini della Digos della Questura maremana, quelli della sezione Antiterrorismo, e accompagnato al Cie di Torino in attesa di essere rimpatriato in Macedonia. Un blitz che lo stesso Sadiki ha annunciato e commentato nel suo profilo Facebook. «Sono stato prelevato dalle Forze dell’ordine in casa mia, senza alcuna testimonianza – scrive l’imam –, perché sono ritenuto una persona pericolosa per lo Stato italiano in quanto imam sempre più radicale, perché frequento molti centri islamici. Ma se c’è ancora giustizia e democrazia nello Stato italiano, tornerò».

Un post che appare come l’ultima cosa inserita da Sadiki sul social prima di dover interrompere i contatti con l’esterno in attesa – appunto – di essere accompagnato nel suo Paese d’origine. Non è un nome apparso all’improvviso tra quelli tenuti sotto controllo, quello di Zejnullah Sadiki. Né per la Digos, né per i giornalisti.

A parlare pubblicamente di lui si iniziò nel gennaio del 2015, quando la Maremma si scoprì inconsapevole dimora di una cellula jihadista, quella formata da Maria Giulia Sergio che da Poggioferro, frazione del comune di Scansano dove aveva abitato per diversi mesi, seguendo quanto già fatto dal marito albanese Aldo Kobuzi, partì per un viaggio che la condusse in Siria. Già aveva cambiato nome, non più quello italiano bensì Fatima Az Zahrà, come la figlia prediletta di Maometto. Di lei, da quel momento, solo notizie frammentarie: l’ultima, per quanto attendibile possa però essere, che sia caduta in combattimento.

Nome di Sadiki, l’imam, di certo non poteva passare inosservato, se non altro perché era a capo del centro di cultura islamica più grande del territorio maremmano. «Non ho mai conosciuto questa ragazza, né ho mai sentito parlare di lei», si affrettò a dire una volta contattato, ma con scarsa capacità persuasiva già allora.

Innanzi tutto perché non molto tempo prima il centro islamico aveva ospitato Shefqet Krasniqi, estremista balcanico poi arrestato nel Kosovo perché ritenuto responsabile di propaganda finalizzata al reclutamento di jihadisti, e poi perché da Grosseto era passato anche Bilal Bosnic, arrestato successivamente in Bosnia con le stesse accuse.

Tante – troppe – coincidenze che hanno fatto tenere altissima l’attenzione degli uomini dell’Antiterrorismo della Digos maremmana la cui azione, dal 2015 a oggi, ha portato anche ad altre espulsioni, fra le quali quelle di alcuni familiari di Kobuzi e di Muhabi Ajeti, ufficialmente taglialegna nel piccolo paese di Montieri ma – anche lui – in odore di estremismo islamico targato Isis.

Luca Mantiglioni