Firenze, 9 giugno 2018 - «Davide Astori si poteva salvare, se si fosse intervenuti in tempi rapidi con un defibrillatore». Lo dice Gaetano Thiene, professore ordinario di Anatomia patologica speciale all’Università di Padova, cui – assieme al collega, il prof Carlo Moreschi – è stata affidata, dalla procura di Udine, la perizia medico-legale sul caso della morte improvvisa del capitano viola. Si poteva salvare se l’episodio tachiaritmico che gli è stato fatale fosse successo di giorno, in un luogo facilmente raggiungibile, se qualcuno si fosse accorto della sua perdita di conoscenza. E comunque se si fossero attivati immediatamente i soccorsi. Perché Davide «è morto a causa di una fibrillazione ventricolare», come spiega al telefono il professor Thiene. La forma più maligna di fibrillazione (da non confondere con quella atriale, molto comune). Che è catalogata, dalla comunità scientifica internazionale, fra le cause principali di morte improvvisa cardiaca.

Un’aritmia caratterizzata da contrazioni rapide, inefficaci e irregolari dei ventricoli che, per conseguenza, non riescono a pompare sangue per irrorare il cervello e gli organi. Unica salvezza, in questi casi, è l’intervento immediato con il defibrillatore: somministrando uno shock elettrico al miocardio. Praticamente erogando un’elevata quantità di corrente elettrica per brevissimo tempo (qualche secondo), viene abolita temporaneamente ogni attività elettrica che consente al cuore di riprendere la sua fisiologica attività ritmica. Dunque la perizia medico-legale non sconfessa l’autopsia dove si parlava di «morte cardiaca», «senza evidenze macroscopiche», «verosimilmente su base bradiaritmica». Ovvero nell’autopsia si ipotizzava che il cuore avesse rallentato il ritmo sino a fermarsi, cosa che può avvenire come conseguenza dell’arresto cardiaco causato da una fibrillazione ventricolare. La perizia è un approfondimento dell’autopsia. In generale le fibrillazioni ventricolari possono essere causate da anomalie coronariche congenite che nei giovani sono difficilmente diagnosticabili se il paziente non accusa molti sintomi; da uno spasmo coronarico, ossia da un restringimento dei muscoli delle arterie coronarie; oppure da alterazioni del muscolo cardiaco. E non è detto che gli esami, per quanto approfonditi e frequenti, possano rilevarne la presenza. Poi ci sono le canalopatie, come la sindrome di Brugada e la sindrome del Qt lungo di tipo3, tutte patologie geneticamente determinate. E tutte patologie che possono scatnare una fibrillazione ventricolare. «Quando inizia l’artimia maligna ci si sente male e si perde coscienza quasi immediatamente», spiega Fabrizio Drago, primario della Cardiologia e Aritmologia dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, anche specialista in medicina dello sport.

«I controlli putroppo non possono evitare tutto. Nonostante che l’Italia sia il Paese che ha fatto di più in termini di prevenzione della morte improvvisa nello sportivo – spiega Drago – Dagli anni Settanta abbiamo una legge che tutela l’attività agonistica, grazie alla quale sono stati abbattuti di oltre l’80% i casi di morte improvvisa sui campi. Siamo stati i primi e i migliori, e ce ne vantiamo. Malauguratamente non tutto si può prevedere». Quali sono le cause più frequenti di morte cardiaca? «Se dopo i 40-50 anni la morte cardiaca più frequente è causata da cardiopatia ischemica, nei giovani adulti prevalgono le malattie geneticamente determinate, come le cardiomiopatie che spesso sono familiari e le canalopatie, patologie che causano un’alterazione dell’elettricità della cellula cardiaca, che possono svilupparsi in aritmie maligne, anche mortali».