Dante e Beatrice dipinti dal lettore Mauro Mannelli di Pontassieve
Dante e Beatrice dipinti dal lettore Mauro Mannelli di Pontassieve


Firenze 25 marzo 2020 - Evviva Dante, evviva la poesia. Stretti fra l’inferno del Coronavius e il purgatorio delle nostre case cerchiamo di riveder le stelle attraverso la Divina Commedia. Gli italiani (ché dalle Alpi alla Sicilia, hanno scritto) apprezzano Dante, lo conoscono e lo citano con disinvoltura nel Dantedì, il giorno consacrato alla memoria del Sommo Poeta. E hanno accolto con entusiasmo  l’invito de LaNazione.it a segnalare la terzina preferita spedendo una pioggia di messaggi. Ne diamo conto, con l’avvertenza che non è finita. Il bel gioco avviato nel Dantedì continuerà con future pubblicazioni. Per dare conto di tutte le citazioni che ci invierete all'indirizzo online@lanazione.net


Ulisse

Sarà per la fama che si è conquistato nei secoli, sarà perché in questi giorni tutti navighiamo un po’ allo sbando nell’ignoto, ma l’Ulisse dantesco vince alla grande nel gradimento. I versi dal XXVI dell’Inferno:

Considerate la vostra semenza
Fatti non foste a viver come bruti
Ma per seguir virtute e canoscenza

dominano senza tema di esser raggiunti, nella hit parade tracciata dai lettori. La celebre terzina ci è stata segnalata al momento  da Giancarlo Dini, njnjhaturtles, Martina Pannocchia, Antonino Pulvirenti, Elisabetta Bugelli, Igor Volpini, Pieranna Casali, Luisa Arena, Evandro Dell'amico, Sergio Benassi, Simona Cipriani, Corrado Perrone, Silvia Galli.

 

Perfezione
Dal XIII del Paradiso il lettore Daniele Villata segnala:


Però se 'l caldo amor la chiara vista
de la prima virtù dispone e segna,
tutta la perfezion quivi s'acquista.


 

Campanili

Nel paese delle divisioni territoriali ( e delle relative discriminazioni: per dirla in gergo calcistico), Dante offre il destro per esaltare la propria terra. O dir male di quella vicina. 


Roberto Ragazzini attinge dal X dell’Inferno l’incontro con Farinata:

“O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.

La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patria natio
a la qual forse fui troppo molesto"

 

Alberto Guglielmo Benvenuti propone un altro elogio della patria di Dante.

E io a loro: «I' fui nato e cresciuto
sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,
e son col corpo ch'i' ho sempre avuto.

 

Da Alessandro Bresci, una Firenze in armonia, citando Cacciaguida


Con queste genti vid' io glorïoso
e giusto il popol suo, tanto che 'l giglio
non era ad asta mai posto a ritroso,
né per divisïon fatto vermiglio».



 

 Maria Pia Minacori si sposta verso il sud della Toscana con 


Siena mi fé, disfece mi Maremma
salsi colui che ‘nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma 


 

Francesco Ferretti di Lucca cita la rivalità comune fra la sua città e Dante nei confronti di Pisa

 

Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e 'lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno."

La stessa terzina viene segnalata da Martino Di Simo da Villa Isabela Puerto Plata nella Republica Dominicana

 

Ma l'ostilità fra città vicine non è prerigativa soltanto toscana. Alfredo Salvi cita un verso che allude all'antica avversione fra due terre oggi unite da un dolente destino.

Da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
Ove la riva intorno più discese.
Ivi convien che tutto quanto caschi

 

Amor di patria

La mantovana Laura Calciolari dà voce, dal XX dell'Inferno, al suo più celebre concittadino, Virgilio 

 

...Manto fu, che cercò per terre molte;
poscia si puose là dove nacqu'io;
onde un poco mi piace che m'ascolte...

 

Il carrarese che di sotto alberga”

Massimiliano Errione estrae (è il caso di dirlo) dal XX dell’Inferno descrizione del paesaggio apuano:

ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca
per sua dimora; onde a guardar le stelle
e ’l mar non li era la veduta tronca.


Natura

Lia Carrer da Casale Monferrato sceglie, dal II dell’Inferno:


Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca
si drizzan tutti aperti in loro stelo,
tal mi fec'io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi forse,
ch'i' cominciai come persona franca.






Domande

Valentina Pozzesi incalza con il I canto dell’Inferno:

Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?»     
 


Papè Satan

Velio Baldassarre dal VII dell’inverno punta sulle ingiustizie terrene

per ch'una gente impera e l'altra langue
seguendo lo giudicio di costei
che è occulto come in terra l'angue

 


La Madonna

Maria Grazia dal XXXIII del Paradiso sceglie la preghiera a Maria

Vergine madre, figlia del tuo figlio,
umile ed alta più che creatura,
termine fisso d'eterno consiglio,
tu se' colei che  l'umana natura
nobilitasti sì, che 'l suo Fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.




A Maria si richiama pure Fabio Micheloni di Carrara dal XXXIII del Paradiso:

 

Qui se' a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ' mortali,
se' di speranza fontana vivace.
 



Valeria Vabba cita il XXXIII del Paradiso:

Donna, se' tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disinanza vuol volar senz'ali.


Viva l’Italia


Dal VI del Purgatorio il Dott.Neri  propone un’intramontata è intramontabile invettiva: (“Purtroppo mai così attuale e veritiera”)


Ahi serva Italia, di dolore ostello
nave senza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello


 

Firenze licenziosa

La lettrice Maria Grazia trae dal XXIII del purgatorio la previsione di un veto alle disinvolte madame di entrare in chiesa

Nel qual sarà in pergamo interdetto
a le sfacciate donne fiorentine
l'andar mostrando con le poppe il petto.

Firenze pudica
Maurizio Ciappi attinge dal Paradiso XV una rara immagine della città:

Fiorenza dentro da la cerchia antica,
ond’ ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica

 

Malebranche

Francesco Ferretti propone l’esito finale delle baratterie in uso nella Lucca di Bonturo Dati in un canto dalle tinte forti.

Per l'argine sinistro volta dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;
ed elli avea del cul fatto trombetta."


 

Gloria fatua

Claudio Coppini cita l’XI del Purgatorio, dove Dante cade in tentazione di superbia alludendo alla propria fama di letterato:

Non è il mondan romore altro ch’un fiato
di vento ch’or vien quinci ed or vien quindi
è muta nome perché muta lato

 


Esilio

Federico Menici porge uno dei passi più celebri della Commedia. Di eterna attualità.

Proverai siccome sa di sale
lo pane altrui e come e' duro calle
lo scendere e salir per le altrui scale

 

Amore


La lettrice Silvia Galli sceglie la passione di Paolo e Francesca dal V dell’Inferno. Prima con:

Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende

Quindi, imitata dai lettori Giuseppe Lepore, Giovanni Pistilli, M.C., Giovanna Perilli, Patrizia Scotto di Santolo, Mariangela Guidugli e  Robish87 che segnalano i medesimi versi:

Amor che a nullo amato amar perdona
prese del costui piacer sì forte
che come vedi ancor non m’abbandona

Sul tema, Francesca Fornieri aggiunge:

Quando leggemmo il desiato riso
esser baciato da cotanto amante
questi,che mai da me non fia diviso,
la bocca mi bacio' tutto tremante.
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno piu' non vi leggemmo avante.




 

Mario Giani, con la chiusa di Paolo e Francesca:

Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com'io morisse. 
E caddi come corpo morto cade



Profezia d'esilio

Giorgio Nencini segnala la previsione de XV canto


Pero' l'ingrato popolo maligno
che discese da Fiesole ab antico
e tiene ancor del monte e del macigno
ti si fara',per tuo ben far, nemico
e a ben ragion,che tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttar lo dolce fico.
Vecchia fama nel mondo li fa orbi
gente avara,invidiosa e superba
dai lor costumi fa che tu ti forbi








 

erbero=Covid-19

Antonella De Sio scorge nelle pagine dantesche una descrizione applicabile con efficacia al morbo che tiene in ansia il mondo. 


Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra;
 
Urlar li fa la pioggia come cani;
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.
Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.










Anime in pena 

La lettrice Elvira Carusi cita dal VI dell’Inferno:

 

E io anima trista non son sola, 
ché tutte queste a simil pena stanno 
per simil colpa». E più non fé parola.


Intenerisce il core

Francesca  Luppichini attinge al VII del Purgatorio:

Era già l'ora che volge il disio
ai navicanti e 'ntenerisce il core
lo dì c'han detto ai dolci amici addio

 


Nostalgia

Barbara Dragoni di Arezzo attinge al V dell’inferno


E quella a me: "Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria, e ciò sa 'l tuo dottore



Paradiso


Matteo Coco  dalla provincia di Foggia e Giorgio Poli incoraggiano con i primi versi del Paradiso:

La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.

...Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;...

 


Doppia citazione

Il lettore Luca Musacchio attinge prima dal XXIV dell’inferno

Ormai convien che tu così ti spoltre
disse l’maestro che seggendo in piuma 
in fama non si vien ne sotto coltre.

Poi dal VI del Purgatorio:

Vien dietro a me e lascia dir le genti
sta come torre ferma che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti.

 


Volo

Rachele Pugi s'immerge nel V dell’inferno:

"Quali colombe dal disio chiamate
con l'ali alzate e ferme al dolce nido 
 vegnon per l'aere, dal voler portate; 
cotali uscir de la schiera ov'è Dido,
a noi venendo per l'aere maligno,
sì forte fu l'affettuoso grido




 

 

Potere

Mattia Tancredi propone uno dei versi entrati a far parte del modo corrente di esprimersi. È tratto dal canto III dell’Inferno.


E'l duca lui: “Caron, non ti crucciare
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”



Eliot 

Maria Letizia Verola, insegnante a Pisa attinge al XXVII dell'Inferno, dove il dannato Guido da Montefeltro risponde a Dante che lo invita a dire chi è. “La amo anche perché il grande poeta George Stearns Eliot la mise in calce ad una delle sue poesie più belle, Il canto di amore di Alfred Prufrock”.


S’io credessi, che mia risposta fosse
      a persona che mai tornasse al mondo,
      questa fiamma staria sanza più scosse;
ma però che già mai di questo fondo
      non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
      sanza tema d’infamia io ti rispondo.






Gioco d’azzardo 

 

Quando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara

È la terzina che Giuseppe Anichini sceglie, monito per i ludopati contemporanei.

 

#iorestoacasa

Lasciate ogni speranza, o voi ch’uscite

É la licenza poetica che concediamo di buon grado all’arguto lettore Alberto Benelli. Che cita e parafrasa. Del resto, col coronavirus oggi tutti noi ci troviamo in una selva oscura.

 

Al bell’ovile

Francesco Brunacci cita il XXV Del Paradiso, col desiderio mai realizzatosi, di Dante di tornare nella sua città


Se mai continga che il Poema Sacro
al quale han posto mano e cielo e terra
si' che m'ha fatto per tanti anni macro
vinca la crudeltá che fuor mi serra
dal bell'ovile ove dormii agnello
nemico ai lupi che mi fanno guerra
con altra voce ormai,con altro vello
ritornerò poeta e su quel fonte
lá dove io nacqui prenderó 








 

Oderisi da Gubbio

Marianna Piaggi segnala come Dante presenta il grande miniaturista nell’XI del Purgatorio

L’onor d’Agobbio, l'onor di quell’arte
ch’alluminare è chiamata in Parisi

 

Cantatemi, o Muse

Dal XXXII, Inferno, Amerigo Chierici sceglie:

Ma quelle donne aiutino il mio verso
ch'aiutaro Anfione a chiuder Tebe
sì che dal fatto il dir non sia diverso"


Cappe e cappucci

Leone Simonato cita questa terzina dal XXIII dell’Inferno

Elli avean cappe con cappucci bassi
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
che’n Cologna  per li monaci fassi

con riferimento ai monaci della ricca Colonia.

 

Stagioni /1

Elena Cardola s'ispira al XXXIII del Paradiso:

Così la neve al sol si disigilla;
così al vento nelle foglie levi 
si perdea la sentenza di Sibilla.


Stagioni/2

Andrea Mucci segnala dal III dell'Inferno:

Come d'autunno si levan le foglie
l'una appresso dell'altra, fin che l' ramo
vede alla terra tutte le sue spoglie,
similmente il mal seme d'Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo"




 

Eternità 

Ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
m’insegnavate come l’uom s’etterna


Giuseppe Mazzotta riporta il passo del XV dell'Inferno inciso dietro la chiesa di Santa Maria Maggiore a Pisa. 


Libertà 

Lucio Claudio Merli, dal I del Purgatorio:


Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch'è sì cara
come sa chi per lei vita rifiuta


 

Finale

Remigio degli Innocenti cita la chiusa dell'Inferno:

"Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,
salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.
E quindi uscimmo a riveder le stelle





 

 

Biondo era e bello

Francesca Martini, affascinata dall’eroe Manfredi di Svevia, nel III del Purgatorio:

Io mi volsi ver’ lui e guardai’l fiso
biondo era e bello e di gentile aspetto
ma l’un de’ cigli un colpo aveva diviso


Gran braccia

La prof Marinella Lizza di Pisa sembra cogliere il destro e invita alla lettura della terzina successiva, in cui Manfredi ammette ed espia:

Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei

 

Bontà
Ilenia Urago sceglie dal Paradiso, canto XXXIII:

In te misericordia, in te pietate, 
in te magnificenza, in te s'aduna 
quantunque in creatura è di bontate.

 

Male non fare, paura non avere

Alessandra da Ancona trae dal II dell'inferno un concetto caro alla tradizione popolare:

Da che tu vuò saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente", mi rispuose,
"perch'i' non temo di venir qua entro"
Temer si dee di sole quelle cose
c'hanno potenza di fare altrui male,
de l'altre no, ché non son paurose.




 

Libertà 
Lucio Claudio Merli cita un celeberrimo frammento del primo canto del Purgatorio:

Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch'è sì cara
come sa chi per lei vita rifiuta

 

Insegnante 


"La dedico agli studenti" confida la prof. Adriana Paoletti, citando dal V del Paradiso:

 

Apri la mente a quel ch'io ti paleso
e fermalvi entro; ché non fa scienza,
sanza lo ritenere, avere inteso.

 

Farinata degli Uberti

Ma fu' io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza
colui che la difesi a viso aperto".

Dal Canto X dell'Inferno, la scelta è di Lucia Guarducci 

 

Eternità 

Ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
m’insegnavate come l’uom s’etterna


Giuseppe Mazzotta riporta il passo del XV dell'Inferno inciso dietro la chiesa di Santa Maria Maggiore a Pisa. 


Per l’alto mare aperto

Se la maggioranza dei lettori ha citato “Fatti non foste a viver come bruti...”, dell’Ulisse dantesco Anna Maria Cerino propone a tutto tondo il ritratto. 

«Quando

mi diparti' da Circe, che sottrasse
me più d'un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né 'l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,

vincer potero dentro a me l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l'alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

 

Sempre di Ulisse, Marco Milanesi:

...E volta nostra poppa nel mattino 
De' remi facemmo ali al folle volo

sempre acquistando dal lato mancino 


Oltre le colonne d’Ercole

Trascriviamo alla lettera il testo giunto da Angelo Nuovi:
“Qui Brasile Uma dele mille   maraviglie  eh questa:

Bem sei crudel se giah non ti duoi
pensando cioh che al mio cuore s' annunziava,
e se non piangi, di che piangi suoi??

Non le manchiamo di rispetto, signor Nuovi: siamo ammirati dallo sforzo di riportare (pensiamo a memoria) i versi danteschi dal XXXIII dell’Inferno, Ugolino. Un esperanto Italo-portoghese che conferisce a Dante ancor più forza. E soavità.