Claudio Marazzini, presidente dell'Accademia della Crusca
Claudio Marazzini, presidente dell'Accademia della Crusca

Firenze, 4 giugno 2020 - Lockdown, smart working, droplet, recovery fund. Tra i danni secondari del coronavirus - "infinitamente meno gravi, sia chiaro, rispetto ai tanti decessi e alle pesanti ripercussioni sull'economia" - c'è anche l'aggravamento di un'altra epidemia, quella degli "anglismi" nella nostra lingua quotidiana. Ne parla in un'intervista sul settimanale Toscana Oggi (in uscita il 7 giugno) il professor Claudio Marazzini, presidente uscente dell'Accademia della Crusca, ribadendo che la bistrattata pronuncia "coronavairus" da parte del ministro degli Esteri Luigi Di Maio non era poi così sbagliata, perché adottata per una parola di origine anglosassone e non latina.

"Che noi italiani siamo estremamente permeabili alla lingua del Regno Unito e degli Usa non è una novità, complice l'uso che se ne fa a livello internazionale, soprattutto in campi come l'informatica e l'economia o anche negli stessi documenti dell'Unione Europea". Tuttavia, come sottolinea Marazzini nell'intervista, altri Paesi neolatini si comportano diversamente, usando termini adeguati nelle loro lingue nazionali, come hanno fatto francesi e spagnoli usando rispettivamente confinement e confinamiento al posto di lockdown. "Una scelta che avremmo potuto fare anche noi" ma, come ha ammesso il presidente, c'è stata anche un'iniziale incertezza sulla traduzione più corretta da parte del gruppo Incipit dell'Accademia, che si occupa appunto di neologismi e forestierismi, e ormai il termine inglese (anzi, di origine americana) aveva preso troppo campo per pensare di poterlo arginare, dato che, spiega Marazzini "se i forestierismi arrivano a radicarsi non sono più sostituibili".

Non per questo, aggiunge il linguista, "si devono demonizzare tutte le parole inglesi perché alcune nascono in inglese, ci arrivano così e non sono facilmente sostituibili". Resta comunque migliore, come si diceva, l'atteggiamento "di altri popoli latini: basta prendere la stampa francese o spagnola - conclude Marazzini - per vedere che il tasso di anglismi è minore".