Nel popoloso quartiere cinese di Prato in molti girano già con le mascherine
Nel popoloso quartiere cinese di Prato in molti girano già con le mascherine

Prato, 1 febbraio 2020 - Iacopo Sarri, autista del camion che raccoglie l’immondizia, indossa la mascherina. Abitudine di sempre, o effetto coronavirus? "La porto ora. Per precauzione. Ma in giro non l’ha quasi nessuno". Non si vedono o quasi mascherine al volto, nella Chinatown storica di Prato, in via Pistoiese. Ma a far difetto non sono soltanto i tutori in garza delle vie respiratorie. Manca proprio la gente, il fitto brulicare che di norma paralizza i marciapiedi e rallenta o blocca il traffico. Chinatown è quasi deserta.

Paura del virus? "Niente pàula. Niente pàula", sussurrano in molti. E si allontanano svelti. "I cinesi sono tornati a casa. E’ capodanno laggiù. Gli aerei non partono e sono rimasti in Cina", rivela con solare sorriso Yang Dai, di Ravioli Liù, ristorante recensito dai social occidentali, preso d’assalto dagli italiani. Già, in Cina c’è l’epidemia. Yang vola su Google map e con due colpi di o polpastrello allarga la cartina. "Io vengo da qua – e indica il Fuijang – la malattia è là. Lontano. Miei parenti telefonano e stanno bene. Capito?".

Pochi in strada, e tutti in difesa, i cinesi di Prato, ansiosi per le notizie che arrivano dai siti e dai social che tutti compulsano. Al bar Lo Scalino, felice miscellanea di italiani e cinesi, Gaetano Pittalà conferma: "Molti sono in Cina. A marzo o aprile, ora ci sarebbe pieno di gente". In pescheria la donna al bancone chiama un commesso dalla pelle olivastra. "Poca gente, meno clienti": Si chiama Muhammad Usman, è pakistano, il frontman della bottega dove i gamberetti si muovono nel ghiaccio. Da dove vengono i crostacei? "Chiogia, Vennedia", la risposta.

A Chinatown si fermano così, sul nascere, le prevedibili accuse sulle materie prime made in China. Il negozio con vista sull’antica Porta Pistoiese proprio all’inizio di Chinatown sembra fatto per dar forza ai malpensanti. "Il miglior cibo dalla Cina", si legge sull’insegna. All’interno, Yan Zhoi Jie elenca la provenienza del pesce: "Rimini, Veneto, Adriatico, Viareggio", afferma smentendo la pubblicità sulla porta d’ingresso. Promosso sul pesce, Yan non si fa cogliere in fallo sulla carne. Mostra uno scatolone di anatre surgelate: Made in Portugal. E spiega: "Il maiale dalla Cina costa 10 euro al chilo, dall’Italia 3 e mezzo. Compriamo qui".

Fuori non c’è nessuno o quasi. Davvero tutti in patria? C’è un’alternativa: "Mio fratello è tornato l’altro ieri e resterà al chiuso per due settimane, in quarantena come prevede la legge", spiega una giovane ragazza che passa al contrattacco. Si chiama Giulia, ha 21 anni, studi al liceo americano ed è iscritta a medicina a Milano. Apre Instagram. Mostra il filmato sul lungarno a Firenze, con gli insulti in vernacolo a una coppia di anziani cinesi. "Chissà se lo avrebbe urlato a due giovani, che avrebbero potuto reagire", commenta. Poi apre sul cellulare il film col volto di una giovane donna che con accento del nord, accusa, anche in sovrimpressione, i cinesi di mangiare animali vivi. "C’è razzismo – reagisce Giulia –. Non solo dalle persone, anche dai giornali. Se un cinese in strada tossisce tutti a fuggire o insultarlo. Noi siamo in Italia. A Prato il virus non c’è. Non vogliamo offese".

Alla farmacia Etrusca, presidio pratese con venticinque dipendenti di cui metà cinesi, Gennaro Brandi, il titolare, conferma spopolamento e cause. "La nostra Sandra è tornata in Cina il 10 gennaio. Avrebbe dovuto essere già qui, ma l’aereo non parte e ci manca, lei. Qui per ogni cliente abbiamo due persone. Interprete e farmacista". Entra un italiano. Vorrei una mascherina. "Eccola. Sono le ultime".

© RIPRODUZIONE RISERVATA