Il crollo della volta della Basilica di San Francesco ad Assisi
Il crollo della volta della Basilica di San Francesco ad Assisi

Firenze, 26 settembre 2021 - Era il 26 settembre del 1997. Proprio nel giorno in cui, nel lontano 1182, alcuni ritengono venne alla luce San Francesco patrono d’Italia, la sua amata terra d’Assisi conobbe la notte più buia. Due scosse - una nel cuore della notte, alle 2 e 33 di magnitudo 5,6 e l’altra alle 11 e 40 di 5,8 - fecero piombare nel dramma le popolazioni a ridosso dell’Appennino a cavallo tra Umbria e Marche. Il bilancio definitivo di quel terribile terremoto fu di 48 Comuni colpiti, 11 morti, circa 100 feriti e almeno 80mila sfollati. Nella sola Umbria furono 33 mila gli edifici danneggiati, tra cui la Basilica di San Francesco. Tra cumuli di macerie c’era lutto e disperazione ovunque. Di chi aveva perso tutto: la vita delle persone care, la propria casa, il proprio quartiere, il proprio paese. E aveva visto secoli di storia sbriciolarsi sotto i proprio occhi, insieme ai mattoni medioevali. Come se non bastasse, erano alle porte un freddo autunno e un gelido inverno, che certo non si fece attendere. Di notte, nelle tendopoli, ben presto le temperature iniziarono a calare sotto zero e prese a scendere la neve. L’Italia era ferita al cuore.  


“La decisione di chiudere le scuole dopo il sisma della notte era stata un’ispirazione del Padreterno”, ricorderà Maurizio Salari, all’epoca sindaco di Foligno. “Alle 6 del mattino venne da me un dirigente del Comune dicendomi che le scuole non avevano subìto danni. Gli esperti sostenevano che il picco massimo della crisi sismica era stato raggiunto, quindi gli studenti potevano tranquillamente fare lezione. Ma dentro di me c’era qualcosa che mi suggeriva di agire diversamente. Così decisi di chiudere tutti gli istituti: è stata la scelta migliore che abbia mai fatto in vita mia”. Dell’allora primo cittadino di Foligno viene ricordato il pianto in diretta, davanti alle televisioni di mezzo mondo, per il crollo della lanterna del Palazzo Comunale, già gravemente lesionata dalle scosse. “Era il 14 ottobre - racconta - una scossa di 5,5 fece venire giù uno dei simboli della nostra città e non trattenni le lacrime”.


L’icona della distruzione del terremoto del 1997 resta però il crollo di parte delle volte della Basilica superiore di San Francesco, dove persero la vita due frati e due tecnici della Soprintendenza che, all’interno, quel tragico giorno stavano facendo ispezioni sui danni. Una scena drammatica ripresa in diretta dalle televisioni, che diede una lezione importante: quella di non entrare mai negli edifici storici durante una crisi sismica in atto. Il terremoto del 1997 è stato il primo vero banco di prova della Protezione civile nazionale, la cui risposta è stata molto buona, considerando che la crisi sismica durò quasi un anno, dal maggio del ‘97 con la scossa di Massa Martana, al marzo del ‘98 col terremoto di Gualdo Tadino. Tant’è che si è parlato molto di “modello Umbria” in termini di ricostruzione.


Le prime reti mobili di sismografi, la deformazione di una faglia finalmente ‘vista’ grazie ai dati, la magnitudo calcolata rapidamente: il terremoto di Colfiorito del 26 settembre 1997 ha scosso anche la sismologia, rendendola più moderna, efficace e in grado di dare in tempi brevi informazioni cruciali per gestire le emergenze. Ricorderà Alessandro Amato, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia: “Partimmo la mattina all’alba, subito dopo il primo terremoto avvenuto in piena notte. Appena arrivati, installammo la rete dei sismografi mobili e poche ore più tardi avevamo i primi dati”. La ‘sala operativa’ era un camion che rapidamente era diventato un punto di riferimento anche per chi viveva lì e aveva vissuto il terremoto in prima persona: “Moltissimi si affacciavano o entravano per avere informazioni”. A Colfiorito la rete mobile dei sismografi aveva fornito dati inediti: “Per la prima volta vedevamo bene la faglia e lì abbiamo capito che le prime ore sono le più importanti per raccogliere informazioni”, osserverà Amato. Vedere una faglia appenninica significava inoltre chiarire i dubbi sulla natura dei terremoti dell’Appennino. Quello di Colfiorito è stato anche il primo terremoto nel quale vennero utilizzati i dati dei satelliti per osservare le deformazioni del suolo.


Quell’evento drammatico è passato alla storia anche per aver dato vita al ‘puzzle’ più grande di sempre, che ha visto tecnici e volontari impegnati nel ricomporre oltre ottantamila frammenti. Il sisma fece infatti crollare la volta della Basilica di San Francesco in due punti, sbriciolando 130 metri quadrati di affreschi medievali, tra cui il San Girolamo di Giotto e i Quattro evangelisti di Cimabue. Opere di pregio inestimabile che si polverizzarono alzando una nuvola di macerie. La basilica rimase chiusa per due anni, esattamente fino al 29 novembre 1999, per i lavori di restauro che seguirono la tecnica di anastilòsi con la quale si rimisero insieme, frammento per frammento, i pezzi originali della costruzione andata distrutta. Dopo la riapertura, nel 2001 vennero ricollocate otto statue e nel 2002 una vela di san Girolamo; nel 2006 vennero riposte le vele di san Matteo e del cielo stellato. Soprannominato ‘il cantiere dell’utopia’ per l’impossibilità di recuperare tutti i frammenti dei mosaici, vi lavorarono decine e decine di esperti restauratori. Le migliaia di preziosi frammenti andati in polvere, confusi tra i mattoni medievali, vennero pazientemente catalogati, numerati, incollati, ricomposti. La Basilica fu ricostruita in tempi record: in meno di tre anni grazie al lavoro del commissario straordinario alla ricostruzione, Antonio Paolucci. Tornando a essere punto di riferimento per le centinaia di migliaia di pellegrini che ogni anno visitano Assisi. Oggi l’azzurro, il giallo il rosso di Giotto e Cimabue risplendono di nuovo nella Basilica, che all’esterno si specchia non più su un tappeto di macerie, ma sul verde del prato della piazzetta. Più di qualcuno, ricordando quel drammatico 26 settembre, lo chiama il “Miracolo di Assisi”.


Nasce oggi


Salvatore Accardo nato il 26 settembre 1941 a Torino. Celebre violinista, è uno dei più apprezzati solisti e direttori d’orchestra del panorama musicale internazionale. Con un repertorio che spazia dalla musica barocca a quella contemporanea, è considerato uno dei maggiori esponenti della scuola violinistica italiana del Novecento. Ha detto: “Tra la musica e la vita ci sono legami profondi. Intese che non si vedono immediatamente e che nascono dalla personalità di chi suona”.


Maurizio Costanzo