Mio figlio nascondeva un mistero. Lo scoprii quando andai a trovarlo

Avevo deciso di raggiungerlo in collina, era insieme al suo gregge di pecore. Poi scorsi un’auto

Vichi

Mi sedevo accanto a lui e stavo zitto, perché ci sono cose che con le parole non c’entrano nulla. Poi dopo un po’ me ne andavo. Mi accorsi di volergli più bene di quanto credessi. Nella sua faccia rivedevo qualcosa di sua madre. Un giorno m’incamminai su per la collina per andare a sedermi accanto a lui. Lo vedevo laggiù lontano, seduto sopra il solito sasso, con le mani appoggiate al bastone.

Era proprio bello mio figlio, pensavo andandogli incontro. Sentii il rumore di un motore e mi voltai. Più in basso vidi una macchina rossa che saliva verso la collina, con il motore imballato. La seguii con gli occhi per capire dove stava andando. Quella strada portava solo al pascolo di Molecola. Cominciai ad agitarmi, anche se non capivo come mai. Accelerai il passo, ma capii che la macchina sarebbe arrivata prima di me, molto prima di me.

Quando la vidi sbucare di fronte al pascolo io ero ancora lontano. La macchina uscì dalla strada e si fermò nel campo. Cominciai a correre. La portiera si aprì e uscì una persona tozza con una maschera da Paperino sulla faccia. Avanzò sull’erba e si avvicinò a Molecola, gli arrivò vicino come da me a te. Da sotto il

giubbotto tirò fuori una lupara e gli sparò un colpo in faccia. Molecola si rivoltò gambe all’aria, e le pecore si misero a belare e a correre in cerchio.

Continuando a correre mi misi a urlare. Paperino si voltò a guardarmi, calcolò le distanze, poi si mise la lupara a tracolla, infilò le mani in tasca e tornò con calma alla macchina. Mise in moto e se ne andò. Dopo un minuto arrivai da Molecola. Sembrava di essere dal macellaio. La sua faccia non c’era più, e dal sangue veniva su del fumo.

Le mani erano ancora attaccate al bastone. In lontananza sentivo il rumore della macchina che tornava a valle. Le pecore avevano già ricominciato a mangiare. Il giorno stesso chiudemmo il morto in una cassa, il prete gli fece una messa e subito dopo lo seppellimmo. Dopo qualche settimana me ne sono andato, non potevo più vedere quel paese e quei campi... È una brutta storia, nessuno può dire di no. Però non ci avevo capito nulla. Sapevo che erano successe delle cose, e anche brutte, ma non sapevo il perché... e non sapevo nemmeno cosa fosse successo di preciso. Poi un giorno capii tutto, per caso. Mi ero fatto dare dei giornali vecchi da un vicino di casa, per accendere il fuoco. Mentre appallottolavo le pagine mi capitò davanti la fotografia di una faccia che mi sembrava di conoscere. La guardai meglio, e dopo un secondo lo riconobbi. Era il dottorino di Palermo, il papà di Molecola.

Non sapevo leggere, e tornai dal mio vicino per chiedergli cosa c’era scritto. Lui mi lesse tutto. La foto era di un certo Pasquale Cettura, detto "professore" per via della sua mania di parlare sempre di cose difficili. Quasi cinquant’anni, scapolo, pregiudicato.

Un piccolo capo mafioso legato a un’importante famiglia di Palermo. Era stato ammazzato da un sicario venuto da fuori, con cinque colpi alla testa. Probabilmente, diceva il giornale, il "professore" era uno dei tanti morti di una guerra tra famiglie. Tornai a casa e mi misi a sedere su una sedia. Ora lo sapevo. Era stato Molecola ad ammazzare Pasquale Cettura. Cinque colpi nella testa. Poi era venuto da me e me lo aveva detto. Poi pensai: Molecola ha ammazzato suo padre.

Però poteva essere andata in due modi soli. Se Molecola aveva ucciso suo padre senza saperlo, solo per i soldi, il destino aveva lavorato come non lavora tutti i giorni. Ma se Molecola lo aveva ucciso proprio perché sapeva che era suo padre... come aveva fatto a saperlo? Ci penso ancora, tutti i giorni. Chissà, forse un giorno tornerò in Sicilia e per caso scoprirò tutto. O forse è proprio per questo che non ci tornerò mai. Non l’ho ancora capito.

4-fine