cinzia pinotti
cinzia pinotti

AREZZO 6 settembre 2016 - L’autobiografia di Cinzia Pinotti  è tra le otto testimonianze inedite giunte in finale quest’anno al Premio Pieve Saverio Tutino. La manifestazione si terrà a Pieve Santo Stefano dal 16 al 18 settembre e vivrà per il secondo anno consecutivo una giornata di anteprima a Arezzo, il 9 settembre con  La Nazione come media partner. Nel  Cortile del Palazzo dei Priori (Comune), a partire dalle 17, sarà presentato il programma del Premio e lo storyteller Matteo Caccia leggerà alcuni tra i passaggi più belli tratti dai racconti dei finalisti. Seguirà alle 21  al  Teatro Petrarca, lo spettacolo “Italiani Cincali” di Mario Perrotta.

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E’ LA PAURA più grande, la paura di tutte le mamme, dover lasciare al destino un figlio, vivere un’esperienza drammatica come quella di Cinzia Pinotti, la gioia della maternità e di una figlia come la piccola Vera con la consapevolezza di non poterla vedere crescere perchè la morte se la porterà via a soli 10 anni. Cinzia, nata a Cremona nel 1959, racconta tutto il suo dolore nel diario memoria che va dal 1988 al 1999 anche se rivisto alcuni anni dopo. Difficile trovare le parole, inutile cercare un perchè a quel calvario, soprattutto se, con il presentimento che solo una mamma può avere, quella paura la coverà dentro sin dal primo momento. Cinzia inizia a scrivere il 10 settembre 1988: «Ho scoperto di aspettare un bambino. L’abbiamo voluto e cercato solo da agosto, e non si è fatto attendere molto. La prima reazione è stata di incredulità mista a gioia, la seconda di paura». Una paura che l’accompagnera sempre.
Vera nasce il 15 luglio 1989: «Ti hanno visitato, mi hanno detto che eri sana e questo era tutto per me». Ma non è tranquilla Cinzia, dopo il parto non si sente bene, confida di farcela con l’amore per la piccola, c’è quella sensazione che non la lascia in pace: «3 aprile 1990, i problemi per tutto sono sempre tanti, e anche fisicamente non sto molto bene... ma chi mi risolleva è quella “bena” di mia figlia!». Guarda al futuro, ma senza serenità: «Ho scritto così poco su di te sulle pagine di questo mio diario! Invece avrei dovuto scrivere ogni giorno dei nostri momenti felici, che tu ci regali a piene mani!».
IL PRESENTIMENTO prende forma, nel maggio 1995 Cinzia scrive :«Ho sognato due volte il funerale di Vera. Nel primo ho visto la bara bianca e lei stesa dentro con il cappottino di peluche rosso e verde che mette in questo periodo. Nel secondo si alzava dalla bara bianca e si metteva seduta. Io la rimettevo dentro, coricata, come si fa con un bambino nella culla che non vuole dormire». Nel marzo 1996 Vera comincia a sentire dolore a una gamba. Gli accertamenti diagnosticano osteosarcoma. Cancro. Non ha ancora 7 anni. Cinzia ne ha 36. Il primo intervento, seguito da cure chemioterapiche, sembra risolutivo. La piccola torna a scuola e a danzare, i genitori al lavoro. Ma nel gennaio 1998 un controllo rileva metastasi ai polmoni. A Torino viene sottoposta allo «Studio Serio», cura sperimentale importata dagli Stati Uniti. Vera affronta due trapianti, settimane di isolamento in camera sterile. Con il tentativo successivo, la cura Di Bella, sembra migliorare poi nel dicembre 1998 le condizioni precipitano. Vera muore all’ospedale di Parma l’11 marzo 1999. «Chi può capire o solo immaginare cosa può passare nella mente di una bambina colpita in questo modo: quali i pensieri, le paure, le considerazioni, le speranze. Chi può capire cosa può passare nelle menti e nei cuori dei genitori». Cinzia questo non lo scrive per sè, ma per chi la leggerà e dopo aver denunciato l’uso delle cure sperimentali e le cure fallite lancerà il suo appello: «Caro lettore, cara lettrice, non voltare lo sguardo, non chiudere queste pagine e il tuo cuore. Non aver paura di conoscere un fatto così straziante. La nostra bambina e noi non l’abbiamo potuto fare».

COSI' SCRIVE CINZIA NEL SUO DIARIO

«Caro marito mio, ti scrivo con la biro color fuxia di Vera, perché questo colore porti un po’ di gioia fra le righe che leggerai. Questa biro la portava a scuola ogni giorno come portafortuna e perché le piaceva per il suo bel colore cangiante. Dopo un mese di scuola gliene regalai altre, di tutti i colori, perché lei si era impegnata molto e aveva raggiunto, non con poca fatica, risultati sorprendenti dopo un anno e mezzo di assenza. Cosa c’è di più bello di una scatola di pastelli o di una serie di biro luccicanti e colorate per far felice nostra figlia? Durante queste giornate e queste notti così lunghe e faticose, lei passa ore e ore immersa nei suoi sogni, nei suoi disegni fantastici. Lei crede nella fortuna, vuole e deve, perché porti finalmente un po’di felicità anche ai suoi giorni, che sono stati e purtroppo sono ritornati così bui. Crede alla fortuna un poco vergognandosi, e quando noto questo suo buffo atteggiamento mi fa tanta tenerezza! Perché so che non ne è convinta. Non ha mai chiesto il “Perché?” Ha sempre fatto considerazioni sia sulla sua condizione nella malattia, che ha sempre sostenuto non giusta, sia come gli altri e soprattutto i medici e il personale sanitario si sono posti e si pongono verso di lei. Ora dice: “Sono soltanto una bambina, non posso sopportare tutto questo, io non sono forte“. Penso voglia dirmi che non potrà resistere ancora per molto perché sono già passati due anni. Forse è una richiesta di aiuto, che non sa e non vuole formulare in altro modo, per rispetto, dignità, amore verso di noi. Quanto dovremmo imparare noi adulti da questi bambini così “nuovi”, così saggi!»

L'INTERVENTO DELL'ANTROPOLOGO PIETRO CLEMENTE

Sono stato lassù come in un pellegrinaggio. È un paese di collina che sale verso l’Appennino, è anche un paese di confine: l’ultimo della Toscana verso la Romagna, coinvolto in quel sistema di paesi che si chiamava in passato Romagna Toscana. È stato minato e distrutto nel 1944 dai tedeschi, ed è oggi uno dei luoghi meno “storici” della Toscana. La sua bellezza, che invita al pellegrinaggio, è nella memoria e nella storia, è nell’essere luogo di transiti verso i monti, verso i luoghi francescani, verso le grandi città, via di passo, che fa scorrere anche il Tevere nel suo viaggio verso Roma. Paese toscano, romagnolo e tiberino. Non ci sarei mai venuto se dal 1984 questo paese non avesse un valore aggiunto che è molto vicino a quelli che sono stati propri della sua geografia e della sua storia. Il destino volle che qui Saverio Tutino, giornalista e intellettuale, anche lui di molte frontiere, trovasse ascolto per un suo progetto che doveva cambiare la cultura italiana, dando voce alla gente comune, non ai “big” della politica e della cultura, non ai partiti, alle ideologie, alle patrie, ma alle persone di ogni tipo e parte che volevano lasciare in un luogo condiviso e di accoglienza le loro singole scritture della propria vita, diari, lettere, memorie. Da quel giorno del 1984 lassù si sente il brusio delle voci che sorgono da migliaia di testi scritti, affidati a quello che si è chiamato Archivio Diaristico Nazionale. Che noi chiamiamo l’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano. Pieve Santo Sefano è un paese poco “pensato” in Toscana, proprio ai confini, dove nessuno spirantizza la “c” intervocalica. Un paese poco “pensato” in Toscana, in cui cresce di anno in anno la presenza delle storie, la banca delle migliaia di vicende individuali, di gente che sa a malapena scrivere e si inventa una propria scrittura, di uomini di cultura, ma che qui mandano diari e storie, di viaggiatori, di scrittori di mail, tutti nello stesso luogo dove Clelia Marchi ha lasciato il suo lenzuolo matrimoniale in cui ha scritto con un pennarello la storia del suo amore contadino, in memoria di suo marito morto. Ora il lenzuolo è esposto in una bacheca nel Piccolo Museo del Diario che affianca l’Archivio. Un museo un po’ visionario dove i diari parlano uscendo dai cassetti, e i “grandi diaristi”, famosi per la forza del loro racconto di vita, e non per la loro sintassi, ci guardano dalle pareti, sotto l’occhio vigile di Saverio Tutino, fondatore di questa “città del diario”, come c’è scritto all’ingresso del paese, anche lui nel mondo delle ombre molto evocate dai viventi. Nel tempo, dal 1984 a oggi, i diari sono diventati di più degli abitanti e a settembre Pieve, nei giorni del premio, si anima di mille accenti regionali e di biografi che vengono dai luoghi delle loro migrazioni. Anche io, membro della giuria del Premio, faccio parte ormai del popolo dei diari, leggo le storie, ripasso la mia storia. Oggi il pellegrinaggio a Pieve ha il valore laico di un riconoscimento, quasi religioso, del valore e della dignità delle persone come individui, e delle singole storie come eredità, ricchezza, archivio disponibile per esseri umani futuri.