Arezzo, 27 marzo 2017 -  Un altro sconto di pena per Antonio Di Stazio, il vigilante che nel luglio del 2016 era scappato con un furgone della Securpol pieno d'oro: valore intorno ai quattro milioni, uno dei più grossi colpi che si ricordino, sempre rimasto avvolto nel mistero, perchè dell'oro e dei complici non si è mai trovata traccia. La condanna del primo grado, 4 anni e 6 mesi inflitti dal Gup Gianni Fruganti, è stata ulterioriormente ridotta a tre anni e 6 mesi, dei quali ha già scontato una buona parte (venti mesi). 

Nei giorni scorsi Di Stazio aveva già ottenuto gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, da scontare a Lucca, ma il vigilante è ancora in carcere a Perugia perchè l'amministrazione penitenziaria non è riuscita a reperire lo strumento per controllare l'imputato fuori di galera. Nei prossimi giorni potrebbe arrivare un'istanza di domiciliari semplici, presentata dai due avvocati che hanno già ottenuto lo sconto, Daniela Paccoi di Perugia, e Marco Treggi di Lucca.

Antonio Di Stazio era stato condannato a quattro anni e mezzo il 28 marzo 2017, dodici mesi fa meno un giorno. La richiesta era partita dal massimo della pena alla quale erano state aggiunte alcune aggravanti, tra cui il colpo con destrezza,l'ingente valore della refurtiva, il porto d’armi e la rottura del rapporto di fiducia con l’azienda. La richiesta finale scaturiva considerando il rito abbreviato. Ma alla fine la sentenza del giudice Gianni Fruganti è stata più bassa, forse perchè partito da una base di partenza non di 10 anni ma di sette. 

La difesa (gli avvocati Marco Treggi di Lucca e Daniela Paccoi di Perugia, dove Di Stazio è detenuto nel carcere di Capanne) aveva cercato di ridimensionare il reato da furto aggravato ad appropriazione indebita, reato punito con una pena assai più leggera. Quindi poco dopo le 13 ecco la sentenza. Il vigilante è stato anche condannato a risarcire il dano, con una provvisionale di 450 mila euro. Inutile dire che ben difficilmente qualcuno vedrà mai quei soldi.

L'imputato non è mai stato presente in aula, nè in appello nè in primo grado. A Di Stazio sono stati confiscati i 1.900 euro che gli furono trovati al momento dell'arresto. Gli avvocati difensori Daniela Paccoi e Marco Treggi hanno annunciato che ricorreranno in appello: il loro assistito resta in carcere a Perugia. L'azienda era parte civile con l'avvocato Antonio Bonacci.

Ha mantenuto la scelta iniziale del silenzio e di non collaborare con gli inquirenti. Unico segnale di vita dal carcere perugino di Capanne in cui è rimasto ad aspettare la sentenza (è malato di cuore, fa sapere) una memoria scritta in cui si parla di tutto meno che del colpo del secolo: una lunga lamentazione su come la Securpol l’avrebbe prima licenziato e poi riassunto su ordine del tribunale senza mai risarcirlo, ma silenzio su complici e sul destino dei 4 milioni in verghe d’oro

Ma dopo il processo, una volta definita la pena per il vigilante, resta sullo sfondo il giallo più fitto: quello sul bottino. Che fine ha fatto quella montagna d'oro? E chi erano i complici di cui Di Stazio non ha mai fatto parola e che comunque gli inquirenti ritengono lui non possa non avere avuto, vista la dinamica della vicenda?

LA STORIA Era il pomeriggio dell’11 luglio, fra le 16,30 e le 17. Un maxi-furto da quattro milioni di oro spariti con una sorta di gioco di prestigio da un furgone della Securpol. Il furgone appunto di cui la guardia giurata di origine napoletana si era impadronito poco prima e che andò a parcheggiare in una piazzola a margine dell’area di servizio di Badia al Pino Ovest, dove fu svuotato in una manciata di minuti.

Da quel giorno nessuna ostentazione di lusso, nessuna avventura esotica. Quando si presentò ai carabinieri di Lucca dopo una settimana, aveva la barba lunga e i vestiti stazzonati. Agli inquirenti confessò che aveva dormito sulle panchine delle stazioni, dando più l’impressione di uno che era stato fregato dai complici.

Non resta che la sequenza dell'ennesimo colpo del secolo. Le due guardie giurate che fanno il giro pomeridiano delle aziende orafe, il collega che scende per ritirare la merce, Di Stazio che al volante dà gas e fugge via. Tutto ripreso dalle telecamere. Nessun sequestro di persona, nessuna minaccia, nessuna violenza. In Autosole potrebbe essere stato lasciato a piedi. Ma lui non parla. E incassa ora la condanna a quattro anni e mezzo, lasciando intorno il dubbio se ne uscirà ricco, con i soldi a disposizione chissà dove, o beffato.