La scientifica al lavoro in via Tagliamento
La scientifica al lavoro in via Tagliamento

Arezzo, 30 giugno 2020 - L’ultima visita medica, a marzo, lo aveva giudicato idoneo. Idoneo a lavorare e anche a tentare di uccidere, viene da dire alla luce della coazione a ripetere che ha visto ieri mattina Giovanni Polucci Sabbioni ripercorrere la via del delitto fallito che era già stata la sua 25 anni.

Allora piantò un coltello nel collo del suo capo del tempo, un tecnico di 48 anni ora in pensione, il gesto che è tornato a compiere nello stesso luogo e con la stessa tecnica: ancora una lama, sempre a colpire al collo, sempre ai danni del capoufficio, stavolta Mario Mastrantone, geometra dell’ufficio manutenzione del Comune, nell’ex gasometro di via Tagliamento, esattamente dove Polucci aveva già colpito un quarto di secolo fa, praticamente negli stessi giorni: il 28 giugno adesso, il 21 all’epoca.

C’è sconcerto in via Tagliamento, c’è rabbia e paura anche fra i colleghi. Tutti sapevano di quel precedente che lo aveva portato in manicomio giudiziario, tutti si domandano non tanto perchè possa essere successo ancora (le condizioni psichiche del protagonista sono quelle che sono) quanto perchè sia successo, come uno con questa storia alle spalle potesse ancora essere dipendente pubblico, custode perdipiù dello stadio di atletica, frequentato da bimbi e ragazzi, per i quali temevano (oltre che per se stessi) pure i compagni di lavoro.

La cronaca è semplice, come quella di una mattina di ordinaria follia. Polucci, libero dal servizio, si presenta in via Tagliamento poco prima delle 11. Chiede di parlare col suo capo, Mastrantone appunto, gli domanda di stampargli lo stipendio.

E mentre è chino sulla stampante, lo aggredisce con una coltellata a freddo, senza nemmeno il pretesto di un alterco, al collo. Fortuna vuole che il geometra, molto noto perchè tra le sue mansioni c’è anche l’allestimento della Giostra, reagisca d’istinto alzando una mano (ferita) e deviando il colpo, che piomba a due centimetri dalla giugulare. Poi la fuga, sulla Ford Kuga della madre, finchè a mezzogiorno non si costituisce ai carabinieri.

Intanto cominciano a riemergere i precedenti. Il più grosso è il tentato omicidio in fotocopia del giugno 1995. Ma non c’è solo quello. Un’altra aggressione col cacciavite toccò nel 2008 al titolare di un bar di via Mincio, la strada in cui vive, sempre a Saione. E di qualche giorno fa sarebbe (lo racconta la famiglia del primo aggredito) una tazzina di caffè tirata in faccia a un altro barista al Prato.

Come faceva un tipo così a non aver mai perso il lavoro in Comune? Politici e dirigenti lavorano a capirlo per un intero pomeriggio, anche se del processo per il primo tentato omicidio si è persa la traccia. Allora la motivazione fu così folle («Ha attentato alla mia vita, mi faceva lavorare coi fili elettrici») da meritargli l’infermità di mente. Grazie a quella aveva evitato il carcere, sia pure con l’internamento di qualche anno al manicomio giudiario (al tempo ancora attivo) di Montelupo.

Niente condanna e quindi niente licenziamento, con reintegro anzi nel posto quando nell’ospedale giudiziario fu dichiarato guarito e non più socialmente pericoloso. Ma segni di squilibrio, come dicono i precedenti minori, ha sempre continuato a darne, senza che gli psicofarmaci gli restituissero un briciolo di normalità. Eppure nel corso degli anni ha superato fior di visite mediche.

Come una corsa a ostacoli senza abbatterne uno. Tutto normale? Era impossibile prevedere quest’ultima esplosione di follia? In procura intanto l’agguato sta per essere rubricato ancora come tentato omicidio. Indaga il Pm Roberto Rossi, con polizia e carabinieri ad aiutarlo.