Quel giorno in cui i matti uscirono in città. La svolta di Pirella nel racconto dei giornalisti

Lo psichiatra arrivò al Pionta nel 1971 e trovò un manicomio simile al carcere. Il nuovo corso raccontato dalle cronache dell’epoca

Quel giorno in cui i matti uscirono in città. La svolta di Pirella nel racconto dei giornalisti

Quel giorno in cui i matti uscirono in città. La svolta di Pirella nel racconto dei giornalisti

Repek

Era il 20 luglio 1971. Un giorno come tanti. Non per Arezzo: Agostino Pirella arriva in città dopo avere vinto il concorso, indetto dalla Provincia, per direttore dell’ospedale psichiatrico. Trova una struttura che definirà dalle “molte connotazioni carcerarie”. Comincia a eliminarle, una a una. Il primo passo è aprire le porte. Un gesto che determinerà un fatto per allora clamoroso: i matti escono. E uno meno clamoroso, molto più timido e cauto: i giornalisti entrano. Prima di allora le donne e gli uomini rinchiusi erano fantasmi che i media raccontavano solo in casi di cronaca nera. Le parole frequenti erano matto, follia, raptus, pericolosità. In pochi si chiedevano quale umanità vivesse al di là del muro: importante era che non lo scavalcasse. Era una parte di umanità senza nome, senza volto, senza storia. Pirella con i suoi collaboratori ma anche con le istituzioni e i politici più visionari, fece una scelta rivoluzionaria: raccontare o far raccontare la vita dei matti, far vedere la loro umanità, rivendicare i loro diritti facendo in modo che lo potessero fare in prima persona.

Nelle assemblee ma anche nelle interviste ai giornalisti che volevano provare ad esplorare un mondo sconosciuto che spesso era nel cuore delle città. La piccola società aretina aveva iniziato, con Pirella alla direzione, a vedere i matti in giro per la città. Un po’ strani, qualche volta trasandati, spesso silenziosi, raramente loquaci. Uomini, poche le donne, che iniziarono ad avere un nome. Non un cognome perché la riacquisizione della completa dignità sarebbe stato un processo lungo.

I giornalisti cominciano a chiedersi chi sono. Soprattutto quando fanno la valigia ed entrano nelle case famiglia. C’è chi raccoglie le preoccupazioni e i malumori dei vicini di casa e chi pensa di provare a raccontare le loro storie. Furono anni straordinari nei quali una parte dei media fece una scelta: la notizia è la persona, se vuoi capire cosa succede in psichiatria devi raccontare la sua storia. E devi cercare le vicende in ombra, quelle sulle quali non si accendono mai i riflettori finché non entrano nelle pagine di nera. Allora si chiamavano emarginati, oggi si preferisce invisibili. Il linguaggio cambia, la realtà no: siamo sempre di fronte a persone sole, senza reddito, invisibili alla politica e alle istituzioni. E spesso, purtroppo, anche all’informazione.

I matti iniziarono ad avere un nome. Inventato, ovviamente. Ecco alcune storie dei primi anni Ottanta quando gli ex reclusi in manicomio vivono in alloggi normali, si muovono per la città, iniziano a fare una cosa impensabile fino a pochi anni prima: la vacanza al mare.

Donatella era una giovane donna rinchiusa in manicomio che aveva avuto una storia d’amore con un altro paziente. Rimase incinta, nacque un figlio. Lo tenne con sé fino a 10 anni: il bambino diventava grande, lei sempre più grave. Prese un foglietto dell’Usl e scrisse di rinunciare al suo bambino. E raccontò: “Francesco compirà 10 anni a dicembre ma io non posso più vederlo: meglio così. Francesco, non cercare tua madre. La tua famiglia è quella che ti ha accolto”.

La sua vita fu una storie di perdite: la carcerazione del marito, la morte dei genitori. A 21 anni il suo primo tentativo di suicidio e quindi il manicomio. Arturo ricordò di essere rimasto in ospedale psichiatrico “9 anni, 9 mesi, 16 giorni meno un’ora e mezzo”.

Nella casa famiglia contava meticolosamente gli spiccioli da 50, 100 e 200 lire. In tasca aveva comunque un tesoro: la chiave di casa. Aveva 54 anni ed era la prima della sua vita. Luisa stava dalla suore e si buttò dalla finestra quando aveva 17 anni: “Ero in crisi. Un po’ per il ragazzo e un po’ per la Giovanna”.

Non raccontò mai cosa le avesse fatto la compagna di stanza. Aveva 27 anni quando entrò nella casa famiglia e due desideri: “un amore bellissimo” e un lavoro che le consentisse di essere libera. Giovanni non aveva una storia dura alla spalle. Buona famiglia bolognese, studi universitari. Anche lui aveva scelto un balcone per tentare di mettere fine a una vita segnata dalla malattia. Era rimasto in vita. Scriveva poesie e da 35 anni era innamorato della dottoressa che lo aveva avuto inizialmente in cura e che non vedeva più da molto tempo. Nei primi anni Ottanta si raccontano queste e molte altre storie. Hanno un passato: una vita piena di dolore e angoscia. Un presente: la transizione dal dentro al fuori. Un futuro: come tentare di riavere la propria vita o, spesso, come avere una vita che in realtà non è mai iniziata. Alcune storie sono più particolari di altre, come quella di Mario che verrà narrata nel libro Il manicomio è casa mia. Mario era un ragazzo della montagna casentinese. Ebbe un attacco epilettico e a 15 anni, era il 1937, entrò nell’ospedale psichiatrico di Arezzo. Ci resterà per 54 anni fino al 1991. Non sarà tra le prime dimissioni e nemmeno tra le ultime. Lui tenterà di restare fino alla fine: non sarà lui ad andarsene ma l’ospedale psichiatrico a chiudere.