Massimo Mandò
Massimo Mandò

Arezzo, 18 novembre 2021 - «Lo sa cosa abbiamo fatto dopo una mini-manifestazione fuori del Pronto Soccorso? Siamo andati tutti a lavorare». Massimo Mandò (nella foto), il «gigante» dell’emergenza aretina, è figlio di un Valdarno dove gli scioperi sono scioperi e la protesta pure. E quasi si vergogna di mettere la rabbia nel cassetto. «Ma non abbiamo scelta: i malati chiamano». Era il giorno della vertenza più lancinante: qui e in tutta Italia. Mai l’emergenza è stata così in emergenza. «Ma a fare male – dice il responsabile a nome di tutti – è che le prospettive sono amare: nella migliore delle ipotesi dovremo stare per anni a tirare la cinghia». Alla peggiore da uomo di azione non vuole neanche pensare. Ma i dati sono disarmanti. E vanno al di là di quella carenza di medici che già avevamo segnalato: ne mancano dieci, un’enormità». «Il problema è per chi resta: i turni sono di dodici ore filate e in un reparto dove la pressione è enorme». Per allentare quella pressione durante le 12 ore c’è una rotazione tra i codici: non fai sempre il rosso, vai a quelli meno gravi. Ma è come se un impiegato per riposarsi continuasse a compilare pratiche nell’ufficio accanto. «In questa condizione il personale è inchiodato: non puoi dare un giorno libero, se ti ammali è a discapito dei colleghi, niente ferie se non quelle estive». E’ il quadro che volevano raccontare nel giorno della protesta. Ma con quale scopo immediato? «Uno arrivare alla gente, far capire che chi arriva al pronto soccorso deve farlo quando è strettamente necessario: in caso contrario pesa su tutti». Il secondo è economico, e Mandò non si tira indietro. «Ormai da anni i medici non sono più tra i ruoli più pagati: ma quelli del pronto soccorso sono i meno pagati». D’altra parte se sei un otorino o un cardiologo puoi aprire uno studio, fare extramoenia, visitare: un medico di emergenza che fa? Ed ecco l’appello risuonato ieri da Roma a Firenze ad Arezzo. Anche perché alla fine è l’unico obiettivo immediato. «I medici di emergenza non c i sono, le graduatorie sono esaurite, gli studenti si iscrivono ad altre specializzazioni». Il terzo obiettivo: rilanciarne l’immagine. Ed è una linea dove tutto pesa. «Se studi sapendo che qui il sabato hai la possibilità di riposarti e di là quella di non staccare per dodici ore la scelta finale è chiara. E lo stesso vale per il livello economico». Intanto il Mandò dirigente medico qualche step lo ha raggiunto. «La stagione dei medici di altri reparti prestati al pronto soccorso è finita. Ma stiamo provando a razionalizzare il servizio. Tempi brevi per trasferire un paziente nel reparto giusto, affrontare altrove patologie che non sono da pronto soccorso». E snocciola esempi di vita e lavoro quotidiani. «Se sei anemico o cronico è chiaro che non può essere un reparto di emergenza a darti la soluzione». Un passo ma in una maratona. «Ci vorranno anni per recuperare: chi lavora qui deve ragionare come dopo una guerra, prepararsi a grossi sacrifici e a non mollare». Come sindacalista per un giorno è uno scenario che detesta. Come valdarnese «da bosco e da riviera», anche se non lo dice, è un quadro che sotto sotto lo intriga.