Il crollo della piazzola
Il crollo della piazzola

Arezzo, 9 novembre 2018 - Ormai è questione di settimane, forse di giorni. L’inchiesta per disastro colposo sulla E45, franata miseramente (con una piazzola venuta giù lo scorso febbraio) tra le due uscite di Pieve Santo Stefano è al punto di svolta. Il procuratore capo Roberto Rossi si appresta a trasformare il fascicolo per disastro colposo, finora a carico di ignoti, in un corposo dossier d’indagine con tanto di accusati. Il che significa iscrizioni nel registro degli indagati.

Inutile dire che nel mirino c’è chi ha la responsabilità istituzionale, o l’ha avuta in passato, delle condizioni della superstrada. E visto che la Orte-Ravenna è gestita direttamente dall’Anas è facile fare due più due, anche se è ancora presto per andare oltre. A stretto giro di posta dovrebbe arrivare anche l’avviso di chiusura indagini: gli inquirenti, che siano magistrati o carabinieri della squadra di polizia giudiziaria della procura cui è affidata la delega ad operare, ritengono di avere materiale a sufficienza per sostenere l’accusa davanti al Gip, che poi dovrà decidere se ci sono gli elementi del processo.

Naturalmente, come prevede il codice, gli indagati destinatari degli avvisi di fine inchiesta avranno i venti giorni canonici per chiedere di essere interrogati o presentare memorie e integrazioni probatorie, quanto serve cioè per far cambiare idea alla procura, che per adesso comunque viaggia a tutto gas.

La chiave di tutto è la superperizia depositata nei giorni scorsi dalla commissione di consulenti che Rossi aveva nominato la scorsa primavera e la cui relazione pare a prima vista inequivocabile: difetti di progettazione e carenza di manutenzione, si dice a chiare note del tratto di alcune centinaia di metri esaminato nei pressi della piazzola franata.

E nella manutenzione che non si è fatta o si è fatta troppo poco rientrebbero, secondo le indiscrezioni, anche le ripetute segnalazioni che sarebbero giunte a chi di dovere nel corso degli anni sul progressivo degrado della zona poi smottata con una crepa impressionante, che sembra la faglia di un terremoto. Una delle prime avvisaglie sarebbe stata la foto che La Nazione pubblicò e trasmise in procura, riprendendola dal profilo Facebook del gruppo «Vergogna E45». Sono immagini risalenti addirittura al 2011, 7 anni prima del crollo.

Le crepe che lo scatto evidenzia possono essere interpretate, secondo chi indaga, come un segnale precoce di una situazione di degrado che presa per tempo avrebbe potuto essere tamponata e che invece è sfociata nella frana.

Ma altri allarmi sono partiti nel corso degli anni da parte degli abitanti della zona, in particolare di quelli che vivono nelle case all’ombra della piazzola franata, i più interessati a segnalare il pericolo, se non altro perchè loro ci vivevano e ci vivono sotto. Tutto ciò, nell’interpretazione degli inquirenti, integra quella situazione di rischio richiesta dall’articolo 434 del codice penale, che punisce il disastro colposo.

E c’è di peggio, perchè in questo caso non c’è stato solo il pericolo ma anche il crollo vero e proprio, che per la legge è un’aggravante, anche in termini di pena. Se si arriverà a un processo, sarà il primo sullo scandalo E45, una superstrada che ormai fa periodicamente e sinistramente capolino sui media locali e nazionali come triste esempio di una grande opera in condizioni degradate, anche se adesso l’Anas ha varato un grande piano di amnodernamento. L’altro filone, quello dell’attentato alla sicurezza dei trasporti, finora segna il passo.